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Visualizzazione dei post con l'etichetta Riflessioni

Non è un blog sul dimagrimento

Perché cambiare non ha una sola forma, e alcune delle trasformazioni più importanti non si vedono allo specchio. Forse, guardando questo blog da fuori, potrebbe sembrare che tutto sia cominciato da lì: da un peso che doveva diminuire, da un corpo che doveva cambiare, da una fotografia del prima e una del dopo. E in effetti il mio cambiamento è passato anche da questo. Sarebbe strano raccontare una storia diversa. Ma se questo spazio fosse soltanto un posto dove parlare di chili persi, probabilmente avrei già finito le cose da dire. Invece ho scoperto che il peso era soltanto una parte della storia. Forse nemmeno la più interessante. Perché quando qualcosa cambia davvero, raramente si ferma alla superficie. Cambia il modo in cui entriamo in una stanza, quello che accettiamo dagli altri, le cose che abbiamo il coraggio di desiderare. Cambiano le domande che ci facciamo, certe risposte che non ci bastano più e persino quelle abitudini che pensavamo facessero parte del nostro caratter...

La palestra della pazienza

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Ci sono cose che vorremmo ottenere subito. E altre che, come i muscoli, hanno bisogno di tempo per diventare forti.  Quando cominciamo un percorso di cambiamento, abbiamo una strana pretesa: decidiamo oggi e vorremmo vedere il risultato domani mattina. Non importa quale sia il cambiamento, quanto tempo abbia richiesto arrivare fino a quel punto o quante cose debbano ancora succedere. Nella nostra testa esiste già il famoso "dopo", possibilmente completo di tutte le risposte, qualche certezza e, se proprio vogliamo esagerare, anche una certa serenità. Il problema è che tra il momento in cui decidiamo di cambiare e quello in cui iniziamo davvero a sentirci cambiati esiste una zona piuttosto scomoda. È il territorio dell’attesa, quello in cui non è ancora successo abbastanza da farci sentire arrivati, ma è già successo troppo per poter tornare indietro come prima. Io, in questa fase, avrei voluto una cosa semplicissima: la tracciabilità. Come per un pacco. Decido di cambiare, i...

Quando la nave è in mare aperto

Il momento in cui smetti di aspettare la prossima tappa e cominci davvero a scegliere la rotta   C’è un momento, in ogni viaggio, in cui smetti di guardare il porto. Non perché non ti interessi più, ma perché a un certo punto la terraferma diventa una linea sottile all’orizzonte e davanti rimane soltanto il mare. È strano. Quando parti sei piena di entusiasmo, di appuntamenti, di cose da imparare, di persone che ti accompagnano, di domande da fare e risposte da cercare. Ogni tappa sembra importante. Ogni controllo ha il sapore di una piccola verifica: come stai, come procede, cosa va bene, cosa bisogna aggiustare. E in qualche modo ti senti dentro qualcosa che si muove continuamente. Poi, quasi senza accorgertene, il rumore diminuisce. Gli appuntamenti si diradano. Il telefono non squilla più per ricordarti la prossima tappa. Il calendario torna ad assomigliare a un calendario normale e non alla tabella di marcia di una spedizione verso un continente sconosciuto. Le persone che...

Io non sono diventata un’altra persona

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Forse cambiare non significa diventare qualcun altro, ma imparare a stare meglio dentro di sé. A volte penso che, dopo tutto quello che ho attraversato, mi sarei dovuta trasformare in una persona completamente diversa. Una di quelle persone che, dopo una grande svolta nella vita, sembrano improvvisamente aver capito tutto: si svegliano con una consapevolezza nuova, affrontano le giornate con calma olimpica, prendono decisioni ponderate e, possibilmente, hanno anche una risposta pronta per ogni domanda esistenziale prima ancora del caffè. E invece no. Sono sempre io. Con qualche consapevolezza in più, certo, ma anche con tutte le mie contraddizioni perfettamente funzionanti. Continuo a poter passare dalla convinzione assoluta di avere finalmente capito tutto alla certezza, poche ore dopo, di non aver capito assolutamente niente. Continuo a fare programmi con grande entusiasmo e a modificarli con altrettanto entusiasmo, perché evidentemente anche la mia organizzazione ha bisogno de...

Nessun limite, ma nuove opportunità

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Quello che ho imparato quando ho smesso di considerare un limite come la fine. Per molto tempo ho pensato che un limite fosse una specie di cartello stradale con scritto “fine”. Arrivavo lì, lo guardavo, prendevo atto della situazione e, con una certa rassegnazione che negli anni avevo quasi trasformato in una forma d’arte, mi mettevo ad aspettare qualcosa che fosse più alla mia portata. Se non potevo fare una cosa, semplicemente smettevo di considerarla tra le possibilità. Non era nemmeno una vera battaglia: non provavo a sfondare il muro, non cercavo una porta laterale, non prendevo nemmeno la rincorsa. Mi dicevo che evidentemente quella cosa non era per me e aspettavo che la vita mi proponesse qualcosa di più facile, qualcosa che non mi costringesse a misurarmi con quel “non posso”. Era un modo comodo per non rischiare di rimanere delusa, ma anche un modo molto efficace per restare ferma. Poi, a un certo punto, ho cominciato a capire che forse il problema non era arrivare davanti a ...

Il mio equilibrio ha imparato a viaggiare

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Ho scoperto che prendersi cura di sé non significa rinunciare al viaggio, ma imparare a portare in valigia il proprio equilibrio. Prima di partire per la Spagna non mi sono fatta promesse. Niente solenni giuramenti davanti alla valigia aperta, niente programmi alimentari militari da rispettare tra Madrid e Siviglia e, soprattutto, nessuna lista di cose proibite da contemplare con aria malinconica mentre gli altri mangiavano. Sono partita portando con me quello che ormai porto ovunque: le mie abitudini. E questa, forse, è stata la vera sorpresa, perché una volta avrei pensato che mangiare bene in vacanza significasse rinunciare a qualcosa. Vacanza e alimentazione equilibrata mi sembravano appartenere a due mondi differenti: da una parte il controllo, dall’altra la libertà; da una parte ciò che dovevo mangiare, dall’altra ciò che avrei voluto mangiare. Come se per stare bene fosse necessario scegliere continuamente da quale parte stare. Granada in ogni boccone. Perché conoscere un lu...

La bambina che sognava la Spagna

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Ci sono sogni che non dimenticano la strada. Restano in silenzio per anni, finché un giorno torniamo a prendere per mano la persona che li aveva sognati.  Avevo circa dieci anni ed ero seduta al mio banco di quinta elementare quando la maestra ci assegnò un tema. La traccia era una di quelle semplici domande che a quell’età sembrano poter contenere il mondo intero: “ Quale Paese europeo vorresti visitare?” Io scelsi la Spagna. Era un altro mondo, quello. Internet non c’era. Per conoscere un Paese lontano bisognava cercarlo tra le pagine di un’enciclopedia, sfogliare un atlante, osservare le fotografie dei libri e poi affidare tutto il resto all’immaginazione. Non potevo vedere Siviglia muoversi dentro un video, passeggiare virtualmente per le strade di Granada o ingrandire con due dita i dettagli dell’Alhambra. Avevo qualche immagine, delle parole e quella straordinaria capacità che hanno i bambini di costruire interi mondi con pochissimo. Non ricordo da dove fosse cominciato ...

Il colore che mi somiglia

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Per anni ho creduto che il blu scuro mi aiutasse a passare inosservata. Oggi so che nessun colore può raccontare il nostro valore meglio dello sguardo con cui scegliamo di guardarci. Se dovessi scegliere un colore capace di raccontarmi, non avrei dubbi. Direi il blu.   Non un blu qualsiasi, ma quello che si fa più intenso quando il sole comincia a salutare il giorno, quello del mare quando diventa profondo e non lascia più intravedere il fondo, quello del cielo nelle sere d'estate, quando le stelle devono ancora trovare il coraggio di accendersi. È un colore che non invade, non pretende di essere il protagonista e, forse proprio per questo, riesce a farsi ricordare. Per molto tempo ho pensato che fosse semplicemente il mio colore preferito. E lo è ancora. Quello che non avevo capito è che, senza accorgermene, gli avevo affidato un compito che nessun colore dovrebbe avere. Gli avevo chiesto di nascondermi. Aprire il mio armadio significava attraversare infinite sfumature di b...

Non sono una sportiva

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Una domanda semplice, una risposta istintiva e la scoperta che, a volte, continuiamo a raccontarci con le parole della persona che eravamo, invece di quelle della persona che siamo diventati.      Qualche tempo fa Fabiana mi ha fatto una domanda che sembrava semplicissima.  “ Mapi, qual è lo sport che avresti voluto fare?” Ho impiegato pochi secondi a rispondere.  “ Nessuno. Non sono una sportiva. Mi alleno solo per stare meglio.” Lì per lì mi è sembrata una risposta normale. Talmente normale che non ci ho pensato più. Poi, qualche giorno dopo, quelle parole sono tornate a bussare alla porta dei miei pensieri. Non sono una sportiva. È curioso come alcune definizioni riescano a rimanerci addosso anche quando la vita, nel frattempo, ci ha portati molto lontano. Per anni mi sono raccontata così. Quella che non ha mai amato la corsa, che evitava qualsiasi attività fisica, che trovava una buona scusa per rimandare tutto al giorno dopo. E forse è anche vero....