Quando la nave è in mare aperto
Il momento in cui smetti di aspettare la prossima tappa e cominci davvero a scegliere la rotta
C’è un momento, in ogni viaggio, in cui smetti di guardare il porto. Non perché non ti interessi più, ma perché a un certo punto la terraferma diventa una linea sottile all’orizzonte e davanti rimane soltanto il mare. È strano. Quando parti sei piena di entusiasmo, di appuntamenti, di cose da imparare, di persone che ti accompagnano, di domande da fare e risposte da cercare. Ogni tappa sembra importante. Ogni controllo ha il sapore di una piccola verifica: come stai, come procede, cosa va bene, cosa bisogna aggiustare. E in qualche modo ti senti dentro qualcosa che si muove continuamente.
Poi, quasi senza accorgertene, il rumore diminuisce.
Gli appuntamenti si diradano. Il telefono non squilla più per
ricordarti la prossima tappa. Il calendario torna ad assomigliare a un
calendario normale e non alla tabella di marcia di una spedizione verso un
continente sconosciuto. Le persone che ti hanno accompagnata continuano ad
esserci, ma non sono più necessariamente accanto a te ad ogni curva. E quella
sensazione iniziale, quella specie di adrenalina che accompagna ogni
cambiamento importante, comincia lentamente a fare spazio alla quotidianità.
È proprio lì che succede qualcosa.
Non c’è una porta che si apre, nessuna musica di sottofondo,
nessun cartello luminoso con scritto “da questo momento sei autonoma”.
Semplicemente, un giorno ti accorgi che non stai più aspettando la prossima
tappa. Devi decidere tu dove andare.
Mi viene in mente la grande nave di cui avevo scritto tempo
fa. Allora la immaginavo appena partita, enorme, piena di cose da sistemare,
con davanti un viaggio ancora tutto da capire. E accanto c’era quel piccolo
pilotino che, con una certa sproporzione quasi comica, aiutava una nave
gigantesca a trovare la direzione. Un’immagine che mi era sembrata perfetta per
raccontare quanto possa essere importante avere qualcuno che sappia indicarti
la rotta quando tu, dentro quella nave enorme che è il cambiamento, non hai
ancora capito bene dove siano prua e poppa.
Il pilotino, naturalmente, non è diventato improvvisamente
inutile. E nemmeno le persone che mi hanno accompagnata sono scomparse nel
nulla, come quei personaggi dei film che dopo averti aiutato per novanta minuti
escono di scena proprio quando servirebbero di più.
Sono ancora lì. Solo che adesso la nave è in mare aperto. E in
mare aperto le cose cambiano.
Non puoi chiamare qualcuno ogni volta che devi scegliere se
cambiare direzione di qualche grado. Non perché nessuno voglia aiutarti, ma
perché alcune decisioni devono necessariamente passare da te. Cosa mangiare.
Come organizzare le giornate. Quando ascoltare il corpo. Quando fermarti.
Quando muoverti anche se non ne hai voglia. Quando concederti qualcosa senza
trasformarlo in una trattativa internazionale con la coscienza. Quando capire
che hai davvero fame e quando, invece, stai soltanto cercando una vecchia
abitudine con cui fare due chiacchiere.
Questa forse è la parte del viaggio di cui si parla meno.
Siamo molto bravi a raccontare le partenze. L’intervento, il
primo periodo, i cambiamenti, i chili che scendono, i vestiti che diventano
grandi, le fotografie che cominciano a restituirti un’immagine diversa, le
persone che ti guardano e ti dicono che sei cambiata. C’è movimento, c’è
emozione, ci sono risultati visibili.
Ma arriva anche il giorno in cui il cambiamento smette di fare
rumore. E quando smette di fare rumore, devi imparare ad ascoltarlo.
È una fase molto meno spettacolare. Nessuno applaude perché
hai mangiato correttamente per una settimana. Nessuno ti consegna una medaglia
perché hai fatto attività fisica anche quando il divano sembrava avere
pronunciato il tuo nome con una tale intensità da rendere moralmente
impossibile abbandonarlo. Nessuno sa quante piccole decisioni prendi durante
una giornata per continuare a prenderti cura di te.
E forse è proprio questo il punto. A un certo momento non stai
più semplicemente seguendo un percorso. Lo stai facendo tuo.
La differenza sembra piccola, ma non lo è. All’inizio avevo
bisogno di sapere quale fosse il passo successivo. Adesso devo imparare a
riconoscere la direzione. Prima cercavo molte risposte fuori da me. Adesso devo
imparare a fare domande anche a me stessa. Prima la presenza degli altri mi
dava sicurezza. Oggi la sicurezza comincia anche dalla capacità di sapere che
posso chiedere aiuto quando serve, ma che non devo aspettare qualcuno per ogni
scelta.
Questa non è solitudine. È autonomia. E l’autonomia, ho scoperto, è molto meno romantica di quanto immaginassi.
Non significa sentirsi invincibili, avere sempre le idee
chiare e camminare nella vita con lo sguardo fiero di chi ha finalmente capito
tutto. Significa anche avere giornate storte. Dubitare. Sbagliare una scelta.
Accorgersi di essere tornata, per qualche centimetro, verso una vecchia
abitudine. Fermarsi e dire: “Aspetta. Questa cosa non mi somiglia più.”
Significa soprattutto assumersi la responsabilità della
propria rotta senza trasformare ogni deviazione in un naufragio.
Perché il mare non è mai perfettamente calmo.
Ci saranno giorni in cui tutto sembrerà naturale e altri in
cui avrò la sensazione di dover consultare una bussola anche per decidere cosa
mettere nel piatto. Ci saranno momenti in cui mi sentirò solidissima e altri in
cui avrò bisogno di ricordarmi che chiedere aiuto non significa aver fallito.
Anzi, forse è proprio questo uno dei segnali più importanti
che il viaggio sta andando avanti: sapere quando puoi continuare da sola e
quando è il momento di chiamare qualcuno sulla radio.
Il mio pilotino, quindi, è ancora lì. E questa cosa mi rassicura. Non perché debba trascinarmi per sempre, ma perché so che, se necessario, posso tornare a chiedere una direzione. La differenza è che oggi non sono più una nave ferma in porto che aspetta qualcuno per partire. Sono una nave che naviga. E navigare significa anche imparare a correggere la rotta mentre il paesaggio cambia.
Forse è questo che succede quando l’entusiasmo iniziale si
quieta: finalmente puoi sentire il rumore vero del viaggio.
Non quello dei grandi cambiamenti, ma quello delle piccole
scelte quotidiane. Quelle che non finiscono nelle fotografie e non meritano un
prima e un dopo. Quelle che nessuno vede.
Quelle che, però, costruiscono lentamente la persona che stai
diventando.
E allora guardo il mare davanti a me e penso che non devo
sapere esattamente dove sarò tra un anno. Mi basta sapere che la nave è in
movimento. Che ho imparato qualcosa della rotta. Che conosco meglio il mio
corpo. Che riconosco un po’ meglio le mie vecchie tempeste. E che, soprattutto,
non devo più confondere il fatto di essere al timone con quello di essere sola.
La nave è grande. Il mare è ancora più grande. Ma adesso,
finalmente, so che posso navigarlo.
E forse il vero cambiamento comincia proprio qui: quando
smetti di aspettare che qualcuno ti dica qual è la prossima tappa e inizi, con
un po’ di paura e parecchia ironia, a scegliere tu la rotta.
E se ti va di tornare indietro, prima che la nave prendesse il
largo:
Sto imparando.
E forse anche a volare.
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