Il colore che mi somiglia
Per anni ho creduto che il blu scuro mi aiutasse a passare inosservata. Oggi so che nessun colore può raccontare il nostro valore meglio dello sguardo con cui scegliamo di guardarci.
Se dovessi scegliere un colore capace di raccontarmi, non avrei dubbi. Direi il blu.
Non un blu qualsiasi, ma quello che si fa più intenso quando il sole comincia a salutare il giorno, quello del mare quando diventa profondo e non lascia più intravedere il fondo, quello del cielo nelle sere d'estate, quando le stelle devono ancora trovare il coraggio di accendersi. È un colore che non invade, non pretende di essere il protagonista e, forse proprio per questo, riesce a farsi ricordare.
Per molto tempo ho pensato che fosse semplicemente il mio colore preferito. E lo è ancora. Quello che non avevo capito è che, senza accorgermene, gli avevo affidato un compito che nessun colore dovrebbe avere.
Gli avevo chiesto di nascondermi.
Aprire il mio armadio significava attraversare infinite sfumature di blu scuro. Blu notte. Blu navy. Blu così intenso da sembrare quasi nero. Ogni tanto compariva un colore più chiaro, ma rimaneva lì, come un ospite che non si sente davvero a casa e aspetta soltanto il momento giusto per andarsene.
Mi raccontavo che fosse una questione di eleganza. Dicevo che il blu stava bene con tutto, che era sobrio, che non passava mai di moda. Erano tutte affermazioni vere, ma la verità più importante era un'altra e, come spesso accade, rimaneva in silenzio.
Avevo imparato a credere che i colori chiari raccontassero il corpo prima ancora della persona. Così li evitavo con una naturalezza che oggi mi sorprende. Non era una scelta consapevole. Era un gesto diventato abitudine, uno di quelli che smetti di interrogare perché ti sembrano parte del tuo carattere. Eppure, dietro quella preferenza apparentemente innocente, si nascondeva il desiderio di occupare meno spazio possibile, di attraversare il mondo senza disturbare troppo lo sguardo degli altri.
È curioso il modo in cui impariamo a proteggerci. Raramente diciamo a noi stessi: «Mi vergogno.»
Scegliamo parole più educate. Diciamo che un colore è più elegante, un altro è difficile da portare, un altro ancora non ci valorizza. Cambiamo il vocabolario, ma l'emozione rimane la stessa, seduta in un angolo, ad aspettare che troviamo il coraggio di chiamarla con il suo nome.
Oggi il blu continua a essere il mio colore preferito. La differenza è che non gli chiedo più di farmi sparire. Lo scelgo perché mi somiglia.
E, con la stessa libertà, scelgo una camicia color crema, una maglia verde salvia o una sfumatura che un tempo avrei lasciato appesa alla gruccia convincendomi che fosse «troppo» per me.
Ripensandoci, mi viene perfino da sorridere. Ho affrontato interventi, cambiamenti, paure che allora mi sembravano montagne invalicabili e, nonostante tutto, riuscivo ancora a farmi intimidire da una semplice maglia chiara. È incredibile quanto possano essere ostinate certe convinzioni: entrano con noi nei camerini, si infilano tra gli specchi, ci sussurrano che forse è meglio non esagerare, che è più prudente restare un passo indietro.
Poi arriva un giorno in cui ti accorgi che il problema non è mai stato il colore. Era lo sguardo.
Perché nessun blu mi ha mai resa più piccola e nessun bianco mi ha mai resa più grande. Era il modo in cui guardavo me stessa a decidere quanto spazio sentissi di meritare nel mondo.
Forse è proprio questo che accade quando iniziamo a volerci bene davvero. Non cambiano i colori. Cambia il significato che attribuiamo loro.
Il blu continua a essere il colore che amo di più, ma ha smesso di essere una corazza. È tornato a essere ciò che era sempre stato: una scelta, non un rifugio.
E credo che la libertà assomigli molto a questo: al momento in cui possiamo continuare ad amare le stesse cose, senza avere più bisogno di usarle per nasconderci.
Sto imparando.
E forse anche a volare.
Se questo racconto ti ha fatto compagnia...
Per molto tempo ho creduto che dovessi cambiare per sentirmi accolta. Di quella sensazione ho scritto anche in La nota stonata, una pagina che ancora oggi continua a parlarmi.

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