La palestra della pazienza

Ci sono cose che vorremmo ottenere subito. E altre che, come i muscoli, hanno bisogno di tempo per diventare forti. 

Illustrazione in bianco e nero con la parola “pazienza” scritta a mano e la sua traduzione in diverse lingue.

Quando cominciamo un percorso di cambiamento, abbiamo una strana pretesa: decidiamo oggi e vorremmo vedere il risultato domani mattina. Non importa quale sia il cambiamento, quanto tempo abbia richiesto arrivare fino a quel punto o quante cose debbano ancora succedere. Nella nostra testa esiste già il famoso "dopo", possibilmente completo di tutte le risposte, qualche certezza e, se proprio vogliamo esagerare, anche una certa serenità. Il problema è che tra il momento in cui decidiamo di cambiare e quello in cui iniziamo davvero a sentirci cambiati esiste una zona piuttosto scomoda. È il territorio dell’attesa, quello in cui non è ancora successo abbastanza da farci sentire arrivati, ma è già successo troppo per poter tornare indietro come prima.

Io, in questa fase, avrei voluto una cosa semplicissima: la tracciabilità. Come per un pacco. Decido di cambiare, inserisco il numero della spedizione e poi controllo. "Il tuo cambiamento è stato preso in carico". "Il tuo nuovo equilibrio è partito dal centro di smistamento". "La consapevolezza è in transito". "Consegna prevista entro cinque giorni lavorativi". Sarebbe stato meraviglioso. Avrei potuto controllare ogni mattina dove fosse finito il mio cambiamento, magari lamentarmi con il corriere per un ritardo e soprattutto avere la certezza che, da qualche parte, stesse arrivando.
Invece niente. Nessun codice di tracking. Nessuna barra di avanzamento. Nessuna notifica che dica: “Il tuo cambiamento ha superato il 67% del percorso”. E questa è probabilmente una delle cose più difficili da accettare: spesso mentre stiamo cambiando non abbiamo modo di vedere quanto abbiamo già fatto. Ci accorgiamo soprattutto di quello che manca. Guardiamo avanti, confrontiamo il punto in cui siamo con quello in cui vorremmo essere e, immancabilmente, ci sembra di essere in ritardo rispetto alla nostra stessa impazienza.

È qui che la pazienza smette di essere una parola un po’ sdolcinata da calendario motivazionale e diventa un vero allenamento. Una palestra, appunto. Non quella dove si entra con una borsa e una bottiglietta d’acqua, ma quella molto meno elegante in cui ci si allena a sopportare il fatto che alcune cose abbiano bisogno di ripetizione, tempo, tentativi e perfino qualche giornata storta. I muscoli non diventano forti perché una mattina abbiamo deciso che sarebbe bello averli forti. Il corpo ha bisogno di essere sollecitato, di recuperare, di ripetere. La trasformazione non avviene tutta insieme e soprattutto non si lascia convincere dalla nostra fretta.
La parte più irritante è che noi questo lo sappiamo benissimo quando riguarda qualsiasi altra cosa. Sappiamo che un albero non cresce tirandolo verso l’alto. Sappiamo che imparare una lingua richiede tempo, che una ferita deve guarire, che una casa non si costruisce in un pomeriggio. Poi, quando il cambiamento riguarda noi, improvvisamente diventiamo clienti di un servizio espresso. Vorremmo fare l’ordine oggi e ricevere la nuova versione di noi stessi entro le ventiquattro ore. Possibilmente con consegna gratuita.

Ma un percorso vero non funziona così. Ci sono giorni in cui sembra di non muoversi affatto e altri in cui, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo un po’ più avanti. Ci sono passaggi che mentre li viviamo sembrano insignificanti e che soltanto dopo, voltandoci indietro, scopriamo essere stati decisivi. E ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi la direzione, non perché non sappiamo più camminare, ma perché quando siamo dentro al percorso è facile perdere la misura delle distanze.

La pazienza, allora, non è stare immobili ad aspettare che qualcosa accada. È continuare a fare la propria parte senza pretendere di vedere immediatamente il risultato. È tollerare quel fastidioso “non ancora” senza trasformarlo automaticamente in "non succederà". È lasciare che alcune cose maturino mentre noi, nel frattempo, impariamo a stare dentro quello che c’è.

La cosa curiosa è che il tempo del cambiamento non coincide quasi mai con quello che avevamo stabilito noi. Noi facciamo programmi, mettiamo obiettivi, immaginiamo tappe e, dentro la nostra testa, costruiamo persino una specie di calendario emotivo. Il corpo, la mente, le abitudini e tutto quello che ci portiamo dietro, invece, sembrano avere un'agenda tutta loro. E non rispondono alle nostre mail di sollecito.

Così capita di avere la sensazione di essere fermi proprio mentre qualcosa si sta muovendo. Di non vedere risultati proprio mentre stiamo accumulando piccoli cambiamenti che, sommati, un giorno faranno una differenza enorme. È una parte del viaggio poco spettacolare, perché non ha grandi annunci. Nessun applauso, nessuna musica di sottofondo, nessuna scritta luminosa che compare dicendo: “Complimenti, hai appena superato un altro livello”.

Eppure è lì che si costruisce parecchio di quello che viene dopo.
Io continuo ad avere un rapporto abbastanza complicato con l’attesa. Vorrei sapere. Vorrei vedere. Vorrei capire quanto manca. Vorrei, possibilmente, anche sapere se sto facendo tutto nel modo giusto. Insomma, una candidata perfetta per il servizio clienti del cambiamento: "Buongiorno, chiamo per sapere dove si trova esattamente la mia trasformazione e se potete garantirmi la consegna entro venerdì".
Solo che non funziona così. E forse, alla fine, la cosa che sto imparando non è tanto ad avere pazienza quanto a smettere di considerare tempo perso tutto quello che ancora non riesco a vedere.

La pazienza è quel muscolo un po’ antipatico che non si nota allo specchio, ma che serve parecchio quando il resto di noi vorrebbe correre. Si allena nelle giornate in cui non succede niente di evidente, nei piccoli passi che sembrano troppo piccoli, nelle attese che ci fanno dubitare e nelle volte in cui dobbiamo semplicemente continuare senza avere ancora la prova che ne valga la pena.

Il mio cambiamento, quindi, continua a essere una spedizione senza tracking.

Nessun "in consegna", nessun "arrivato al centro di smistamento", nessuna data prevista. E io, nel frattempo, provo ad allenare proprio quello che mi riesce peggio: aspettare senza pensare di essere ferma. Con qualche ricaduta, naturalmente. 

Perché la pazienza è un muscolo e, come tutti i muscoli, evidentemente ho ancora parecchio da allenare. 

 

Sto imparando.

E forse anche a volare.

 

Se vuoi tornare a uno dei primi passi di questo viaggio, puoi rileggere "L’intervento non ti svuota anche le abitudini". Perché cambiare una parte di noi è una cosa. Dare al resto il tempo di seguirci è tutta un’altra storia.

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