Nessun limite, ma nuove opportunità

Quello che ho imparato quando ho smesso di considerare un limite come la fine.

Per molto tempo ho pensato che un limite fosse una specie di cartello stradale con scritto “fine”. Arrivavo lì, lo guardavo, prendevo atto della situazione e, con una certa rassegnazione che negli anni avevo quasi trasformato in una forma d’arte, mi mettevo ad aspettare qualcosa che fosse più alla mia portata. Se non potevo fare una cosa, semplicemente smettevo di considerarla tra le possibilità. Non era nemmeno una vera battaglia: non provavo a sfondare il muro, non cercavo una porta laterale, non prendevo nemmeno la rincorsa. Mi dicevo che evidentemente quella cosa non era per me e aspettavo che la vita mi proponesse qualcosa di più facile, qualcosa che non mi costringesse a misurarmi con quel “non posso”. Era un modo comodo per non rischiare di rimanere delusa, ma anche un modo molto efficace per restare ferma.

Donna che riflette sul significato dei propri limiti e sulle nuove possibilità che possono nascere oltre di essi.
Poi, a un certo punto, ho cominciato a capire che forse il problema non era arrivare davanti a un limite, ma quello che decidevo di fare una volta arrivata lì. Perché un limite esiste, questo è vero. Non siamo onnipotenti e non tutto è possibile, per quanto certi guru del “se vuoi puoi” sembrino convinti del contrario. Io, personalmente, ho sempre avuto qualche perplessità davanti a questa teoria: se bastasse volerlo, probabilmente avrei già un fisico da statua greca, saprei parlare cinque lingue e avrei risolto parecchi dei misteri della vita. La vita, invece, è un po’ più complicata e ci sono cose che davvero non possiamo fare, almeno non nel modo in cui le avevamo immaginate. Ma ho imparato che tra “non posso” e “allora non faccio più niente” c’è uno spazio enorme, e proprio lì dentro possono nascere le opportunità.

La cosa che mi ha cambiata è stata cominciare a considerare il limite non come la fine, ma come un punto da raggiungere. Non per forza da distruggere, non per dimostrare qualcosa a qualcuno e nemmeno per raccontarmi che posso fare tutto. Semplicemente per arrivarci. Per toccarlo con mano e capire dove sono davvero i miei confini, invece di stabilirli in anticipo nella mia testa. Perché spesso siamo bravissimi a mettere limiti a noi stessi prima ancora di aver provato. Ci convinciamo che una cosa sia troppo difficile, troppo lontana, troppo faticosa, troppo diversa da quello che pensiamo di poter fare e, così facendo, ci risparmiamo la fatica di scoprire se avevamo ragione.


Io oggi preferisco arrivare fino a quel limite. Guardarlo. Respirare un po’. Magari lamentarmi, perché anche la lamentela fa parte del mio metodo scientifico, e poi provare a spostarlo appena più avanti. Non di chilometri. Non serve. A volte basta un passo, una salita in più, una scala che pensavi di non riuscire a fare, una strada che credevi troppo lunga, una cosa che fino al giorno prima avevi già archiviato nella cartella “non fa per me”. Perché quel piccolo spostamento non serve soltanto a fare qualcosa in più: serve a conoscere una versione di noi che prima non avevamo mai incontrato.


E credo che sia proprio questo il punto. Non dobbiamo vivere cercando continuamente di superare noi stessi, come se ogni giornata dovesse diventare una gara e ogni limite una sfida da vincere. A volte arrivare al proprio limite e fermarsi è la cosa giusta. Ma altre volte, proprio quando pensiamo di essere arrivati alla fine, vale la pena chiederci se quello sia davvero il nostro limite oppure soltanto il punto fino al quale siamo arrivati finora. Sono due cose molto diverse. Il primo è un confine. Il secondo è una fotografia del momento. E una fotografia, per fortuna, può cambiare.


Ho imparato, così, quella frase che ormai mi porto dietro e che ripeto spesso: nessun limite, ma nuove opportunità. Non perché non esistano limiti, sarebbe una bugia. Ma perché ho smesso di considerarli automaticamente come la fine delle possibilità. Oggi penso che qualche limite dobbiamo anche incontrarlo, altrimenti non sapremo mai quanto possiamo spostarlo. Dobbiamo arrivare lì dove pensiamo di non poter andare, almeno una volta, per scoprire se davvero è così. E quando ci accorgiamo che possiamo fare un passo ancora, anche piccolo, quel passo diventa una specie di promessa fatta a noi stessi: la prossima volta saprò che posso arrivare almeno fin qui.


Forse crescere non significa diventare capaci di fare tutto. Significa conoscere meglio il punto in cui possiamo arrivare e avere il coraggio, ogni tanto, di spostarlo un po’ più avanti. Non per diventare invincibili, ma per non vivere più aspettando soltanto ciò che è alla nostra portata. Perché qualche volta la cosa più bella che possiamo fare è scoprire che la nostra portata era un po’ più grande di quanto avevamo immaginato.


E allora sì, oggi lo dico ancora: nessun limite, ma nuove opportunità.

Con la consapevolezza che un limite esiste, con un pizzico di testardaggine, una buona dose di ironia e quella curiosità che mi porta ancora a chiedermi, ogni volta che penso di essere arrivata: e se provassi a fare un passo ancora?

Imparare a spostare un limite significa anche questo: trovare un nuovo equilibrio, senza smettere di andare avanti.

E forse è proprio da qui che continua il viaggio: "Il mio equilibrio ha imparato a viaggiare




Sto imparando.
E forse anche a volare


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