Io non sono diventata un’altra persona
Forse cambiare non significa diventare qualcun altro, ma imparare a stare meglio dentro di sé.
A volte penso che, dopo tutto quello che ho attraversato, mi
sarei dovuta trasformare in una persona completamente diversa. Una di quelle
persone che, dopo una grande svolta nella vita, sembrano improvvisamente aver
capito tutto: si svegliano con una consapevolezza nuova, affrontano le giornate
con calma olimpica, prendono decisioni ponderate e, possibilmente, hanno anche
una risposta pronta per ogni domanda esistenziale prima ancora del caffè.
E invece no. Sono sempre io.
Con qualche consapevolezza in più, certo, ma anche con tutte
le mie contraddizioni perfettamente funzionanti. Continuo a poter passare dalla
convinzione assoluta di avere finalmente capito tutto alla certezza, poche ore
dopo, di non aver capito assolutamente niente. Continuo a fare programmi con
grande entusiasmo e a modificarli con altrettanto entusiasmo, perché
evidentemente anche la mia organizzazione ha bisogno della libertà di
esprimersi.
Ho scoperto che cambiare davvero non significa diventare
improvvisamente una persona impeccabile. E questa, devo ammetterlo, è stata
quasi una liberazione. Perché per un po’ ho pensato che, se avevo attraversato
così tante cose, avrei dovuto necessariamente uscirne più forte, più sicura,
più centrata, più… insomma, quasi fastidiosamente equilibrata.
Invece continuo ad avere le mie giornate storte. Continuo ad
avere momenti in cui mi basta una piccola cosa fuori posto per trasformare una
giornata normale in una specie di dramma in tre atti, con tanto di finale che
probabilmente avrei potuto evitare semplicemente respirando e aspettando dieci
minuti.
Continuo ad avere dubbi. A volte anche parecchi. Continuo a
chiedermi se sto facendo la cosa giusta, se sto andando nella direzione giusta,
se ho esagerato, se non ho fatto abbastanza. E qualche volta riesco perfino a
farmi una domanda, darmi una risposta e poi non essere d’accordo con me stessa.
Una meravigliosa forma di democrazia interiore.
La differenza è che oggi non interpreto più tutto questo come
un fallimento.
Ho iniziato a capire che una persona può cambiare senza
smettere di essere quella che è. Può diventare più consapevole senza diventare
sempre sicura. Può imparare ad ascoltarsi e, contemporaneamente, continuare
ogni tanto a ignorare clamorosamente quello che si sta dicendo.
Perché conoscersi non significa avere sempre la risposta pronta. Significa anche riconoscere quando non ce l’hai e riuscire a non sentirti sbagliata per questo.
Forse è questa la parte della mia storia che mi piace di più: non sono diventata una versione perfetta di me stessa. Non ho eliminato i difetti, non ho cancellato le insicurezze, non ho improvvisamente acquisito una pazienza infinita — e chi mi conosce può tranquillamente confermarlo, possibilmente senza esagerare con i dettagli.
Ho semplicemente imparato a guardarmi con occhi un po’ diversi.
Prima pensavo che ogni mia debolezza fosse qualcosa da
correggere. Oggi provo a considerarla per quello che è: una parte di me con cui
devo imparare a convivere. Alcune le sto ancora studiando. Altre, francamente,
hanno deciso di restare e temo abbiano un contratto d’affitto a tempo
indeterminato.
E va bene così. Perché forse abbiamo passato troppo tempo a
pensare che crescere significhi diventare sempre migliori, sempre più forti,
sempre più sicuri. Come se ogni esperienza dovesse necessariamente produrre una
versione aggiornata di noi, possibilmente senza bug.
Io invece credo che crescere significhi anche diventare più
gentili con la persona che siamo mentre stiamo ancora imparando.
Significa smettere di pretendere di essere sempre all’altezza
delle aspettative che ci siamo costruiti da soli. Significa accettare che
possiamo avere fatto tanta strada e, nello stesso giorno, sentirci ancora un
po’ persi. Che possiamo essere orgogliosi di noi e contemporaneamente avere
paura. Che possiamo sapere quanto siamo cambiati e, nonostante questo, avere
ancora bisogno di qualcuno che ci dica: “Tranquilla, ci sei quasi”.
E forse la vera trasformazione non è quella che si vede da
fuori.
È quel piccolo momento in cui succede qualcosa che un tempo ci avrebbe fatto crollare e, invece, ci fermiamo, facciamo un respiro e pensiamo: *va bene, vediamo cosa posso fare adesso.
Non perché abbiamo finalmente tutte le risposte. Ma perché
abbiamo imparato che non averle non significa essere perduti.
Io non sono diventata un’altra persona. Sono rimasta quella
che ero, con qualche pezzo in più, qualche paura in meno e una quantità di
difetti che, a giudicare da quanto sono resistenti, devono essere stati
progettati per durare.
E forse è proprio questo il bello. Non dover più diventare
qualcun’altra per sentirmi abbastanza. Poter essere semplicemente io.
Con le mie giornate splendide e quelle da dimenticare, con le
mie idee geniali e quelle che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, con
le mie fragilità, le mie risate, le mie ostinazioni e quella capacità tutta mia
di complicare anche le cose che, in teoria, erano semplicissime.
Perché alla fine non dovevo diventare perfetta. Dovevo solo
imparare a volermi bene anche mentre continuavo, molto umanamente, a fare
casino.
E questa, per fortuna, è una cosa che mi riesce ancora
benissimo.
Sto imparando .
E forse anche a volare.
Se vuoi continuare il viaggio tra pensieri, storie e piccoli pezzi di vita, puoi tornare alla home e scoprire gli altri racconti di “E alla fine, ho imparato a volare”

😘
RispondiEliminaCiao Lucia grazie ☺️
EliminaUn pensiero di grande profondità. Complimenti Mary!
RispondiEliminaGrazie Stefano!
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