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Il mio equilibrio ha imparato a viaggiare

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Ho scoperto che prendersi cura di sé non significa rinunciare al viaggio, ma imparare a portare in valigia il proprio equilibrio. Prima di partire per la Spagna non mi sono fatta promesse. Niente solenni giuramenti davanti alla valigia aperta, niente programmi alimentari militari da rispettare tra Madrid e Siviglia e, soprattutto, nessuna lista di cose proibite da contemplare con aria malinconica mentre gli altri mangiavano. Sono partita portando con me quello che ormai porto ovunque: le mie abitudini. E questa, forse, è stata la vera sorpresa, perché una volta avrei pensato che mangiare bene in vacanza significasse rinunciare a qualcosa. Vacanza e alimentazione equilibrata mi sembravano appartenere a due mondi differenti: da una parte il controllo, dall’altra la libertà; da una parte ciò che dovevo mangiare, dall’altra ciò che avrei voluto mangiare. Come se per stare bene fosse necessario scegliere continuamente da quale parte stare. Granada in ogni boccone. Perché conoscere un lu...

La bambina che sognava la Spagna

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Ci sono sogni che non dimenticano la strada. Restano in silenzio per anni, finché un giorno torniamo a prendere per mano la persona che li aveva sognati.  Avevo circa dieci anni ed ero seduta al mio banco di quinta elementare quando la maestra ci assegnò un tema. La traccia era una di quelle semplici domande che a quell’età sembrano poter contenere il mondo intero: “ Quale Paese europeo vorresti visitare?” Io scelsi la Spagna. Era un altro mondo, quello. Internet non c’era. Per conoscere un Paese lontano bisognava cercarlo tra le pagine di un’enciclopedia, sfogliare un atlante, osservare le fotografie dei libri e poi affidare tutto il resto all’immaginazione. Non potevo vedere Siviglia muoversi dentro un video, passeggiare virtualmente per le strade di Granada o ingrandire con due dita i dettagli dell’Alhambra. Avevo qualche immagine, delle parole e quella straordinaria capacità che hanno i bambini di costruire interi mondi con pochissimo. Non ricordo da dove fosse cominciato ...

Il colore che mi somiglia

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Per anni ho creduto che il blu scuro mi aiutasse a passare inosservata. Oggi so che nessun colore può raccontare il nostro valore meglio dello sguardo con cui scegliamo di guardarci. Se dovessi scegliere un colore capace di raccontarmi, non avrei dubbi. Direi il blu.   Non un blu qualsiasi, ma quello che si fa più intenso quando il sole comincia a salutare il giorno, quello del mare quando diventa profondo e non lascia più intravedere il fondo, quello del cielo nelle sere d'estate, quando le stelle devono ancora trovare il coraggio di accendersi. È un colore che non invade, non pretende di essere il protagonista e, forse proprio per questo, riesce a farsi ricordare. Per molto tempo ho pensato che fosse semplicemente il mio colore preferito. E lo è ancora. Quello che non avevo capito è che, senza accorgermene, gli avevo affidato un compito che nessun colore dovrebbe avere. Gli avevo chiesto di nascondermi. Aprire il mio armadio significava attraversare infinite sfumature di b...

Tre passi verso casa – Terzo passo: il perdono

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Il perdono non cambia il passato. Cambia il modo in cui scegliamo di tornare ad abbracciare la persona che siamo stati.  L'accettazione mi ha insegnato a restare. La consapevolezza mi ha insegnato a guardare. Pensavo che, una volta arrivata fin lì, il cammino fosse quasi concluso. Mi sbagliavo. Perché esiste un ultimo passo che non riguarda il futuro. Riguarda il passato. E, forse, è proprio quello che ci costa di più. Per molto tempo ho creduto che perdonare significasse trovare una giustificazione. Pensavo che fosse una forma di assoluzione. Un modo per dire che, in fondo, ciò che era accaduto non era stato poi così grave. Per questo la parola perdono mi metteva a disagio. Ci sono ferite che non meritano di essere ridimensionate. Ci sono assenze che continuano a fare rumore anche dopo molti anni. Ci sono parole che, una volta pronunciate, non smettono di abitare la memoria. No. Il perdono non è dimenticare. E nemmeno cancellare. Il perdono è smettere di chiedere al ...

Tre passi verso casa – Secondo passo: la consapevolezza

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Ci sono verità che cambiano la nostra vita non quando le scopriamo, ma quando troviamo il coraggio di chiamarle con il loro nome.   La consapevolezza non cambia ciò che siamo. Cambia il modo in cui scegliamo di guardarci.   L'accettazione mi ha insegnato a restare. A non distogliere lo sguardo ogni volta che qualcosa di me mi faceva male. A smettere di combattere una guerra che, per troppo tempo, avevo creduto necessaria. Pensavo che fosse il passo più difficile. Poi è arrivata la consapevolezza. E ho scoperto che accettarsi è un gesto d'amore, ma conoscersi è un atto di coraggio. Perché la consapevolezza non arriva per rassicurarci. Arriva per togliere il velo da ciò che abbiamo evitato di vedere. Ci obbliga a pronunciare parole che abbiamo sostituito per anni con espressioni più gentili, più leggere, quasi nella speranza che cambiando il nome delle cose cambiassero anche le cose stesse. Ci sono parole che fanno paura. Non perché siano brutte. Perché sono vere. Per molt...

Tre passi verso casa – Primo passo: l'accettazione

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Ogni trasformazione autentica comincia dal momento in cui smettiamo di considerarci un problema da risolvere e iniziamo, finalmente, a guardarci con occhi più gentili.  Ci sono cammini che non si possono affrontare di corsa. Non perché siano più difficili di altri, ma perché ogni passo ha bisogno del tempo necessario per insegnarci qualcosa. Per molto tempo ho pensato che il cambiamento fosse un punto d'arrivo. Immaginavo che, una volta raggiunto un certo peso, una certa serenità o una certa versione di me, tutto il resto sarebbe andato al suo posto. Come se la felicità fosse una stanza in fondo a un corridoio e bastasse continuare a camminare per trovarla. Oggi credo che il cambiamento assomigli molto di più a un sentiero. Non puoi raggiungere il secondo passo se continui a rifiutare il primo. È da questa consapevolezza che nasce una piccola serie di riflessioni che desidero condividere con voi. Tre parole che pronunciamo spesso con leggerezza, quasi fossero sinonimi, ma ...

Non sono una sportiva

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Una domanda semplice, una risposta istintiva e la scoperta che, a volte, continuiamo a raccontarci con le parole della persona che eravamo, invece di quelle della persona che siamo diventati.      Qualche tempo fa Fabiana mi ha fatto una domanda che sembrava semplicissima.  “ Mapi, qual è lo sport che avresti voluto fare?” Ho impiegato pochi secondi a rispondere.  “ Nessuno. Non sono una sportiva. Mi alleno solo per stare meglio.” Lì per lì mi è sembrata una risposta normale. Talmente normale che non ci ho pensato più. Poi, qualche giorno dopo, quelle parole sono tornate a bussare alla porta dei miei pensieri. Non sono una sportiva. È curioso come alcune definizioni riescano a rimanerci addosso anche quando la vita, nel frattempo, ci ha portati molto lontano. Per anni mi sono raccontata così. Quella che non ha mai amato la corsa, che evitava qualsiasi attività fisica, che trovava una buona scusa per rimandare tutto al giorno dopo. E forse è anche vero....

Guardarsi dentro per spiegare le ali...

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Una conversazione con la Dott.ssa Paola Ghisalberti sul cambiamento, la fame emotiva, il rapporto con il corpo e quel delicato percorso attraverso cui impariamo a riconoscerci di nuovo. La Dott.ssa Paola Ghisalberti, psicologa e psicoterapeuta, prima ospite della rubrica Incontri che curano. Ci sono viaggi che iniziano molto prima di una data sul calendario. Molto prima di una sala operatoria, di una dieta o di un numero che cambia sulla bilancia. Iniziano nel momento in cui una persona si stanca di sopravvivere e decide di provare a vivere. Quando ho iniziato il mio percorso pensavo che il cambiamento avesse soprattutto a che fare con il corpo. Immaginavo una strada fatta di alimentazione, movimento, sacrifici e risultati. Credevo che la parte più difficile sarebbe stata perdere peso. Mi sbagliavo. Con il tempo ho scoperto che il viaggio più lungo non avviene nello stomaco ma nella mente. Non riguarda soltanto ciò che mangiamo, ma il motivo per cui mangiamo. Non riguarda soltanto ...