Tre passi verso casa – Primo passo: l'accettazione
Ogni trasformazione autentica comincia dal momento in cui smettiamo di considerarci un problema da risolvere e iniziamo, finalmente, a guardarci con occhi più gentili.
Ci sono cammini che non si possono affrontare di corsa. Non perché siano più difficili di altri, ma perché ogni passo ha bisogno del tempo necessario per insegnarci qualcosa.
Per molto tempo ho pensato che il cambiamento fosse un punto d'arrivo. Immaginavo che, una volta raggiunto un certo peso, una certa serenità o una certa versione di me, tutto il resto sarebbe andato al suo posto. Come se la felicità fosse una stanza in fondo a un corridoio e bastasse continuare a camminare per trovarla.
Oggi credo che il cambiamento assomigli molto di più a un sentiero. Non puoi raggiungere il secondo passo se continui a rifiutare il primo.
È da questa consapevolezza che nasce una piccola serie di riflessioni che desidero condividere con voi. Tre parole che pronunciamo spesso con leggerezza, quasi fossero sinonimi, ma che nella mia vita hanno rappresentato tre momenti profondamente diversi dello stesso viaggio.
L'accettazione.
La consapevolezza.
Il perdono.
Non esiste un ordine valido per tutti. C'è chi arriva al perdono prima ancora di comprendere davvero se stesso e chi impiega anni soltanto per riuscire a guardarsi senza abbassare gli occhi. Io posso raccontare soltanto il mio cammino. E il mio è cominciato dall'accettazione.
Per molto tempo ho pensato che questa parola fosse sinonimo di resa. Mi sembrava appartenere a chi aveva smesso di lottare, a chi si era arreso davanti ai propri limiti. Se qualcuno mi avesse detto: “Devi imparare ad accettarti”, probabilmente avrei sorriso con educazione, mentre dentro di me avrei tradotto quella frase con parole molto meno poetiche. Accontentati. E io non avevo alcuna intenzione di accontentarmi.
Volevo cambiare. Il mio corpo, il mio carattere, le mie paure. Se fosse stato possibile, probabilmente avrei chiesto un preventivo anche per cambiare qualche ricordo.
Ho vissuto per anni facendo un patto silenzioso con me stessa. "Quando sarai diversa, allora ti amerò". È un patto crudele. Perché sposta sempre un po' più avanti il momento in cui ci concediamo il diritto di guardarci con gentilezza.
Così ho continuato a rincorrere una donna che sembrava abitare sempre qualche passo più avanti di me. Se perdevo peso, avrei dovuto migliorare il mio carattere. Se imparavo a prendermi cura del mio corpo, avrei dovuto eliminare le mie fragilità. Se superavo una paura, ne compariva subito un'altra. Era come riordinare una casa in cui, appena finivi una stanza, qualcuno ne disordinava un'altra.
A un certo punto ho capito che il problema non era la casa. Ero io che continuavo a entrarci con gli occhi di un'ispettrice invece che con quelli di una persona che ci vive. Credo che molti di noi facciano lo stesso. Entriamo nella nostra vita come se dovessimo compilare un verbale. Annotiamo ciò che manca, quello che non funziona, gli errori, le crepe, le promesse non mantenute. Ci osserviamo con una severità che non useremmo mai con una persona che amiamo e, paradossalmente, speriamo che proprio quella durezza ci renda migliori.
Poi, quasi senza accorgermene, è successo qualcosa di piccolo.
Per anni ho combattuto con i miei capelli. Sono ricci. Ribelli. Hanno sempre avuto un'idea tutta loro di come stare al mondo. Ogni mattina cercavo di convincerli a essere diversi. Li volevo disciplinati, ordinati, prevedibili. Passavo più tempo a domarli che ad ascoltarli. Oggi mi fa sorridere pensarci, perché mi rendo conto che non stavo cercando di sistemare i capelli. Stavo cercando di sistemare me stessa. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Non nei miei capelli. Nel mio sguardo.
Oggi li lascio essere quello che sono. Ricci, spettinati, imprevedibili. Li guardo e mi sembrano incredibilmente sinceri. Mi ricordano una frase di Niccolò Fabi che porto spesso con me: “Sono la parte di me che mi somiglia di più”.
Credo che sia vero. Perché quei ricci non chiedono il permesso di esistere. Esistono.
E basta. Forse l'accettazione assomiglia proprio a questo. Non al momento in cui tutto diventa perfetto. Ma a quello in cui smettiamo di pretendere che tutto lo sia.
Oggi penso che nessuno cresca perché si sente sbagliato. Si cresce quando, finalmente, smette di sentirsi in pericolo davanti a se stesso.
L'accettazione non è guardarsi allo specchio e convincersi che vada tutto bene. Non è raccontarsi una bugia gentile. È avere il coraggio di restare. Restare davanti alle proprie fragilità senza trasformarle in un processo. Restare accanto ai propri limiti senza viverli come una sentenza. Restare anche nei giorni in cui la tentazione di scappare da se stessi sembra l'unica soluzione possibile.
Per anni ho pensato che il mio corpo fosse il luogo del conflitto. Oggi so che era soltanto il luogo in cui quel conflitto si rendeva visibile. La guerra era iniziata molto prima. Ogni volta che avevo creduto di dover meritare il diritto di volermi bene. Ogni volta che avevo rimandato la gentilezza a un futuro immaginario. Ogni volta che mi ero detta, anche senza parlare: “Quando sarò diversa...”
La verità è che quel giorno non arriva mai. Perché chi non si sente abbastanza oggi troverà sempre un nuovo motivo per non sentirsi abbastanza domani.
L'accettazione interrompe questo meccanismo. Non elimina il desiderio di cambiare. Gli restituisce una direzione. Da quel momento non cambiamo più per diventare degni di amore.
Cambiamo perché abbiamo finalmente scoperto di esserlo già. E forse è proprio questa la differenza.
L'accettazione non è il traguardo. È il primo passo. Quello che ci permette di affrontare il secondo senza più avere paura di guardarci negli occhi.
Perché nel prossimo tratto di questo cammino ci aspetta la consapevolezza.
E senza il coraggio di accogliere chi siamo, non potremo mai comprendere davvero chi stiamo diventando.
Ogni passo ci porta un po' più vicini a casa.
Se questo racconto ti ha accompagnato, forse ti farà compagnia anche un'altra pagina molto speciale per me.
L'ho scritta pensando che, a volte, nella vita esiste un giorno in cui veniamo al mondo e un altro in cui scegliamo davvero di nascere.
Oggi, nel giorno del mio compleanno, mi piace ricordarla con voi.
Se ti va di continuare questo viaggio, ti invito a leggere Ho deciso io quando nascere (e non è stato nel 1971)
Forse, in fondo, racconta la stessa storia da un'altra prospettiva.
Sto imparando.
E forse anche a volare.

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