Guardarsi dentro per spiegare le ali...

Una conversazione con la Dott.ssa Paola Ghisalberti sul cambiamento, la fame emotiva, il rapporto con il corpo e quel delicato percorso attraverso cui impariamo a riconoscerci di nuovo.


La psicologa e psicoterapeuta Paola Ghisalberti, prima ospite della rubrica Incontri che curano del blog E alla fine, ho imparato a volare.
La Dott.ssa Paola Ghisalberti, psicologa e psicoterapeuta, prima ospite della rubrica Incontri che curano.

Ci sono viaggi che iniziano molto prima di una data sul calendario. Molto prima di una sala operatoria, di una dieta o di un numero che cambia sulla bilancia. Iniziano nel momento in cui una persona si stanca di sopravvivere e decide di provare a vivere.

Quando ho iniziato il mio percorso pensavo che il cambiamento avesse soprattutto a che fare con il corpo. Immaginavo una strada fatta di alimentazione, movimento, sacrifici e risultati. Credevo che la parte più difficile sarebbe stata perdere peso. Mi sbagliavo.

Con il tempo ho scoperto che il viaggio più lungo non avviene nello stomaco ma nella mente. Non riguarda soltanto ciò che mangiamo, ma il motivo per cui mangiamo. Non riguarda soltanto il nostro aspetto, ma il modo in cui abbiamo imparato a guardarci.

Per anni ho creduto che molte delle mie battaglie fossero una questione di chili. Poi ho capito che sotto quei chili vivevano emozioni, paure, ferite, abitudini e pensieri che avevano bisogno di essere ascoltati tanto quanto il mio corpo.

È stato allora che ho compreso una cosa importante: nessuna rinascita è mai soltanto fisica. Per questo ho deciso di aprire una nuova finestra all'interno del blog.

Vorrei che questo spazio diventasse un luogo di incontro. Un luogo in cui non raccontare soltanto le nostre storie, ma anche ascoltare le persone che ogni giorno accompagnano chi attraversa percorsi di cambiamento, fragilità e rinascita.

La prima ospite di questa nuova rubrica è la Dott.ssa Paola Ghisalberti.

Psicologa e Psicoterapeuta, lavora online e sul territorio di Bergamo. Si occupa di percorsi di rifioritura personale, senza giudizio, con un'attenzione particolare alle emozioni e alle relazioni. Lavora in studio privato e collabora con un'équipe che si occupa delle valutazioni per i pazienti bariatrici.

Le domande che leggerete non nascono soltanto dalla mia curiosità. Nascono dalle paure che ho incontrato nel mio cammino, dalle storie che mi avete affidato in questi anni e da tutti quei dubbi che spesso ci portiamo dentro senza trovare il coraggio di esprimerli ad alta voce.

Con lei abbiamo parlato di fame emotiva, di vergogna, di cambiamento, di fiducia, di identità e di quel delicato processo attraverso il quale impariamo a riconoscerci di nuovo quando la nostra vita inizia a trasformarsi.

Spero che in queste parole possiate trovare una risposta, una riflessione o semplicemente la sensazione di non essere soli.

E adesso vi lascio a questa conversazione.

  • Molti pazienti arrivano al primo colloquio con il timore di essere giudicati o addirittura "bocciati". Come vivi quel momento in cui una persona si siede davanti a te e ti affida la propria storia?

Come terapeuta parto sempre da un approccio relazionale, senza giudizio, cercando di essere il più autentica e presente possibile. So che ogni persona porta con sé fragilità, fatiche ed emozioni difficili e so quanto sia impegnativo stare dalla parte del paziente. I test rappresentano soltanto uno strumento di supporto e arrivano dopo un colloquio approfondito. Ogni persona ha una propria unicità. I test possono offrire indicazioni utili, ma non servono a catalogare qualcuno. Servono ad aiutarci a comprendere meglio ciò che la persona sta vivendo.

  • Molti vivono la valutazione psicologica come un esame da superare. Qual è il vero significato dell'idoneità?

È importante comprendere che il percorso bariatrico non è una semplice operazione chirurgica. È un cambiamento psicologico, relazionale e corporeo di grande rilevanza. Tutti possediamo gli strumenti per spiccare il volo. Il mio compito è capire se, in quel momento, quelle ali siano pronte e sufficientemente sicure per affrontare il viaggio. Se non lo sono, non significa aver fallito. Significa semplicemente che c'è ancora qualcosa da costruire prima di partire. Gli ostacoli, le fatiche e i momenti di stallo non rappresentano una sconfitta. Fanno parte della vita e possono insegnarci molto su noi stessi.

  • Per molte persone il cibo è stato un conforto, una protezione, a volte perfino un abbraccio. Come si impara a lasciarlo andare?

Il cibo come abbraccio è una dinamica molto frequente. Per elaborarla è importante intraprendere un percorso terapeutico che permetta di comprendere le emozioni che si nascondono dietro determinati comportamenti. Attraverso questo lavoro si scopre che esistono altre risorse capaci di sostenerci, soprattutto le relazioni.

La fame emotiva si distingue dalla fame fisiologica perché arriva in risposta a un'emozione intensa. È urgente, spinge a mangiare rapidamente e spesso cerca alimenti che colmano più che nutrire. La fame fisiologica segue invece bisogni reali del corpo e richiede un nutrimento completo. Poiché abbiamo imparato fin da piccoli a collegare il cibo alle emozioni e alle relazioni, non possiamo aspettarci che questo cambi automaticamente dopo un intervento. Per questo il percorso psicologico resta così importante.

  • Lo specchio a volte sembra correre più veloce della mente. È normale sentirsi estranei al proprio corpo dopo il dimagrimento?

Assolutamente sì.

Un corpo che ha vissuto a lungo nell'obesità ha costruito una propria armatura. Quando cambia rapidamente, la mente può impiegare più tempo per adattarsi. È normale sentirsi estranei alla propria immagine. È normale fare fatica a riconoscersi. Anche la mente ha bisogno dei suoi tempi.

Lo stesso vale per la pelle in eccesso e per tutti quei segni che il percorso lascia sul corpo. Oggi esistono strumenti chirurgici che possono aiutare, ma prima di tutto serve tempo. Tempo per accettare il cambiamento e per imparare a guardarsi con occhi nuovi.

  • Quando cambiamo, cambiano anche le relazioni. Come si affrontano i commenti e lo sguardo degli altri?

Le persone intorno a noi noteranno inevitabilmente il cambiamento. Con chi ci è vicino può essere utile spiegare ciò che stiamo vivendo e chiedere di evitare certi commenti se ci fanno soffrire. Con gli estranei, invece, dobbiamo spesso accettare che alcune osservazioni arrivino. Possiamo però imparare a non lasciare che definiscano il nostro valore o il nostro percorso.

  • Cosa vorresti dire a chi sta vivendo una ricaduta o un momento di difficoltà?

Vorrei ricordare che un eventuale "no" alla valutazione non è un rifiuto ma un atto di protezione. Allo stesso modo, una ricaduta non cancella il cammino fatto. Il senso di colpa può emergere ed è normale. Ma è importante ricordarsi che, se ci siamo rialzati una volta, possiamo farlo ancora.

Ogni percorso attraversa salite, discese, giornate di sole e giornate di pioggia. Lo zaino della vergogna non dobbiamo portarlo da soli. Possiamo chiedere aiuto. Possiamo condividerne il peso. Chiedere supporto non è un fallimento. È uno degli atti di coraggio più grandi che una persona possa compiere.

  • Se dovessi preparare un piccolo kit di sopravvivenza emotiva per il post-operatorio, cosa ci metteresti dentro?

Una routine il più possibile regolare, il rispetto dei propri ritmi e la capacità di ascoltare i bisogni del corpo. Metterei poi persone di fiducia, capaci di offrire sostegno pratico ed emotivo. Infine aggiungerei la possibilità di chiedere aiuto all'équipe ogni volta che emergono dubbi o difficoltà.

E non dimenticherei qualcosa che spesso sottovalutiamo: concedersi tempo. Leggere un libro. Fare una passeggiata. Stare accanto alle persone che amiamo. Anche questi sono strumenti di cura.

  • Dopo aver ascoltato tante storie di rinascita, cosa impari dalle persone che incontri?

Mi colpiscono profondamente le storie di chi ha vissuto il proprio corpo come qualcosa di estraneo. Trovo importante aiutare le persone a comprendere che non abitano semplicemente il loro corpo: sono il loro corpo.

La parola che vorrei lasciare a chi legge è fiducia. Fiducia nelle proprie risorse, ma anche nelle relazioni e nelle reti di sostegno che possiamo costruire. Nessuno dovrebbe affrontare un percorso di rinascita da solo.

Un pensiero prima di salutarci

Quando ho terminato questa intervista sono rimasta seduta davanti allo schermo per qualche minuto.

Non stavo rileggendo le risposte. Stavo rileggendo me stessa.

Ci sono parole che hanno questa capacità. Ti raggiungono mentre credi di stare semplicemente leggendo e invece aprono una porta che avevi lasciato chiusa da tempo.

Mentre scorrevo questa conversazione continuavo a pensare a tutte le versioni di me che hanno attraversato questi anni.

Alla donna che si sentiva invisibile. A quella che si sentiva troppo visibile. A quella che cercava rifugio nel cibo. A quella che aveva paura di chiedere aiuto. A quella che era convinta di dover diventare diversa per meritare di essere amata.

Forse è per questo che una frase è rimasta con me più di tutte le altre.

"Noi non abitiamo il nostro corpo. Noi siamo il nostro corpo".

L'ho letta più volte. E ogni volta mi è sembrata un po' più vera. Perché per molti anni ho trattato il mio corpo come un problema da risolvere. Come un avversario da sconfiggere. Come qualcosa che mi separava dalla vita che desideravo. Oggi so che non era lui il nemico. Era il giudizio. Era la vergogna. Era quella voce che continuava a ripetermi che non ero abbastanza.

Forse il cambiamento più grande non è stato perdere peso. Forse il cambiamento più grande è stato smettere di farmi la guerra.

Imparare a volersi bene non significa amare ogni centimetro di sé. Significa scegliere di restare dalla propria parte anche nei giorni difficili. Significa smettere di misurare il proprio valore con un numero. Significa riconoscere che meritiamo cura, rispetto e gentilezza anche mentre siamo ancora imperfetti.

Se le parole della Dott.ssa Ghisalberti hanno risuonato dentro di voi e desiderate approfondire un percorso con lei, potete scrivermi in privato. Sarò felice di mettervi in contatto.

E prima di chiudere voglio ringraziarla per il tempo, la disponibilità e la sensibilità con cui ha accolto questo invito. In un mondo che spesso corre veloce, incontrare persone capaci di fermarsi ad ascoltare è un dono prezioso.

Grazie anche a voi che continuate a camminare accanto a me tra queste pagine. Perché ogni storia che condividete, ogni messaggio che mi affidate e ogni frammento di vita che decidete di raccontare rende questo blog qualcosa di molto più grande di un semplice spazio virtuale. Lo rende una casa. E forse, alla fine, imparare a volare significa anche questo. Scoprire che lungo il cammino non siamo mai stati davvero soli.

Se desiderate conoscere meglio il lavoro della Dott.ssa Paola Ghisalberti, potete seguirla qui:

Facebook:  Dott.ssa Paola Ghisalberti - Psicologa

Instagram: Dott.ssa Paola Ghisalberti - Psicologa, Psicoterapeuta Gestalt


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