Il Multiverso del manico di scopa
Esiste
un confine sottilissimo, quasi imbarazzante da ammettere, in cui la
gravità smette di dettare legge e il salotto di casa si trasforma, senza
chiedere permesso, nella pista di decollo di un’astronave un po’
abusiva e decisamente fuori norma.
È
esattamente lì che vado a finire quando la mia mente, stanca della
solita routine terrestre, decide di fare le valigie senza preavviso. Per
me la fantasia non è mai stata una semplice fuga: è sopravvivenza con stile. È una bussola ribelle che indica direzioni improbabili e proprio per questo necessarie. È quella voce che sussurra: “Guarda meglio, perché il mondo non è solo quello che pesa.”
Così,
nel teatro apparentemente banale del quotidiano, accade il piccolo
miracolo. Mi ritrovo a saltare corde invisibili, sospesa in una palestra
fatta di luce e possibilità, dove le regole sono gentili e i limiti...
puramente opzionali. E tra le mani stringo lui: un manico di scopa.
Lo so, non è esattamente l’oggetto più glamour dell’universo. Ma
aspettate a giudicare. Perché in quell’istante il legno smette di essere
legno. Diventa intenzione. Diventa narrazione. Diventa il mio tutto.
Tra una porta e un termosifone, quel semplice cilindro si trasforma in una spada laser per salvare galassie lontane mentre schivo lo spigolo della credenza, o nel bilanciere dell'anima su cui carico sogni, paure e qualche dramma di troppo che, a guardarlo bene da qui, pesa pochissimo. Un attimo dopo è il microfono di Sanremo
per un’esibizione rigorosamente imperfetta, ma con un’interpretazione
che commuove persino il divano; poi diventa una chitarra elettrica, e io
una rockstar con molto più entusiasmo che talento, ma con un'energia
che fa vibrare le pareti.
Improvvisamente, il gioco si fa serio. Il manico diventa il bastone di un vecchio mago che ha visto troppe cose per avere ancora fretta, o lo scettro dorato
di un regno dove nessuno ti chiede di essere sensato, ma solo
maledettamente autentico. Quando il pomeriggio finalmente si arrende e
le difese calano, quel manico diventa l'asse della mia danza. Giro,
salto, mi libero. È un rito tribale tra me e me, con il ritmo che pompa
nel sangue e la prima regola della sopravvivenza: la dignità va lasciata
strategicamente a prendere polvere in un angolo.
Incredibilmente,
funziona. Se ad Archimede serviva una leva per sollevare il mondo, a me
basta questo pezzo di legno per alleggerirlo. Perché la realtà,
diciamocelo, a volte si prende davvero troppo sul serio. “Se puoi sognarlo, puoi farlo”,
diceva Walt Disney. Io scelgo di affidare ai miei sogni il disegno di
un mondo dove ogni forma sia una danza e ogni anima possa finalmente
sentirsi a casa.
Il
punto non è fuggire altrove, ma ricordarsi che anche qui — tra una
stanza e l’altra, tra una giornata storta e una risata improvvisa —
esiste un multiverso accessibile.
Serve solo un pizzico di coraggio, una generosa dose di autoironia e,
sì... un manico di scopa.
Perché sentirsi a casa non è una questione di
coordinate geografiche. È uno stato dell’anima. Anche quando balli da
sola, stringendo una scopa, con l’universo intero riflesso negli occhi e
nessuna intenzione di chiedere scusa a nessuno.
E
tu, qual è l'oggetto "banale" che ti aiuta a cambiare prospettiva
quando il mondo si fa troppo pesante? Ti aspetto nei commenti per
scoprire il tuo multiverso personale.
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