Tre passi verso casa – Secondo passo: la consapevolezza

Ci sono verità che cambiano la nostra vita non quando le scopriamo, ma quando troviamo il coraggio di chiamarle con il loro nome.

 

Copertina della serie "Tre passi verso casa" dedicata alla consapevolezza, secondo passo del percorso di crescita personale.

La consapevolezza non cambia ciò che siamo. Cambia il modo in cui scegliamo di guardarci.

 

L'accettazione mi ha insegnato a restare. A non distogliere lo sguardo ogni volta che qualcosa di me mi faceva male. A smettere di combattere una guerra che, per troppo tempo, avevo creduto necessaria. Pensavo che fosse il passo più difficile.

Poi è arrivata la consapevolezza. E ho scoperto che accettarsi è un gesto d'amore, ma conoscersi è un atto di coraggio.

Perché la consapevolezza non arriva per rassicurarci. Arriva per togliere il velo da ciò che abbiamo evitato di vedere. Ci obbliga a pronunciare parole che abbiamo sostituito per anni con espressioni più gentili, più leggere, quasi nella speranza che cambiando il nome delle cose cambiassero anche le cose stesse.

Ci sono parole che fanno paura. Non perché siano brutte. Perché sono vere.

Per molto tempo io non sono riuscita a pronunciarne una: Obesità. Le giravo intorno con una fantasia quasi commovente.

«Ho qualche chilo di troppo.»

«È solo un periodo.»

«Domani mi rimetto in riga.»

«Mi basta un po' di buona volontà.»

Cambiare le parole mi sembrava meno doloroso che cambiare lo sguardo. Così continuavo a raccontarmi una storia che mi permetteva di rimandare. Perché finché il problema aveva un nome più piccolo, sembrava più piccolo anche il coraggio necessario per affrontarlo.

Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Non il mio corpo. Il mio modo di guardarlo.

Ricordo ancora il momento in cui, quasi sottovoce, ho pronunciato quella parola senza cercare di addolcirla: “Sono una persona con obesità”. Non è stato un atto di rassegnazione. È stato il primo gesto di sincerità che abbia mai avuto nei miei confronti.

In quell'istante non mi sono sentita più pesante. Mi sono sentita più libera. Perché la consapevolezza non aggiunge un peso. Toglie il bisogno di fingere che quel peso non esista. Ed è una differenza enorme.

Per anni avevo creduto che il mio problema fosse il corpo. Oggi so che il problema era la distanza che avevo costruito tra me e la verità. Mi faceva meno paura convivere con un dolore conosciuto che attraversare l'incertezza di chiamarlo con il suo nome.

Credo che accada molto più spesso di quanto immaginiamo. Non solo con l'obesità.

Lo facciamo con la tristezza, che diventa stanchezza. Con la solitudine, che chiamiamo indipendenza. Con la paura, che travestiamo da prudenza. Con il bisogno di essere amati, che trasformiamo in autosufficienza.

Cambiamo il vocabolario sperando che cambi la realtà. Ma la realtà ha una pazienza infinita. Resta lì. Aspetta. Non si offende se la ignoriamo. Attende semplicemente il giorno in cui saremo pronti a guardarla negli occhi.

La consapevolezza, però, non è soltanto riconoscere ciò che ci fa soffrire. È accorgersi che, per anni, abbiamo vissuto raccontandoci con parole che non ci appartenevano davvero.

Anch'io lo facevo.

Dicevo: “Io sono fatta così”. Mi sembrava una frase piena di autenticità.

Oggi mi accorgo che era una frase piena di paura. Perché dietro quelle quattro parole nascondevo il timore di chiedermi se quella fossi davvero io oppure soltanto la persona che avevo imparato a interpretare per non deludere nessuno.

La consapevolezza è arrivata piano. Ha iniziato a farmi domande che non avevano risposte immediate.

Questa paura è davvero mia? Questo limite mi appartiene oppure qualcuno me lo ha consegnato tanti anni fa? Questa voce che mi giudica... ha davvero il mio timbro?

Più cercavo risposte, più mi rendevo conto che conoscere se stessi non significa aggiungere definizioni. Significa toglierle.

È un lavoro di sottrazione. Cadono le etichette. Cadono le convinzioni. Cadono le frasi che abbiamo ripetuto così tante volte da scambiarle per la nostra identità.

E, sotto tutto quel rumore, rimane una persona che forse non avevamo mai incontrato davvero.

La consapevolezza non mi ha resa migliore. Mi ha resa più vera. E la verità, almeno all'inizio, non è mai comoda.

Ha il passo lento di chi entra in una stanza in silenzio e apre una finestra che era rimasta chiusa per troppo tempo.

All'inizio la luce dà quasi fastidio. Poi ci si accorge che era proprio quella luce a mancare. Forse è questo il dono più grande della consapevolezza. Non ci cambia. Ci restituisce.

E quando, finalmente, iniziamo a riconoscere la persona che ci guarda dallo specchio senza più distogliere lo sguardo, capiamo che il cammino non è ancora finito.

Perché esiste un ultimo passo. Il più difficile.

Quello che non chiede di conoscere chi siamo. Ci chiede di abbracciare, con infinita misericordia, chi siamo stati.

Quel passo si chiama perdono.


Sto imparando.

E forse anche a volare.


Se questo racconto ti ha fatto compagnia...

Ogni cammino comincia da un primo passo.

Se non hai ancora letto il primo capitolo di Tre passi verso casa, ti invito a partire da lì.

Leggi "Accettazione – Il primo passo"



Continua il cammino

La consapevolezza ci insegna a guardare la verità.

Il passo successivo ci chiederà qualcosa di ancora più difficile: fare pace con ciò che quella verità porta con sé.

Il prossimo capitolo sarà dedicato al perdono.




Commenti

  1. Devi aver sofferto tantissimo e sei ancora più ammirevole per permettere, con questi tuoi scritti, di "aiutare ad aiutarsi" a tante altre persone.
    Ti ammiro

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    Risposte
    1. Cara Antonella, grazie di cuore. ❤️ Se oggi riesco a raccontare ciò che ho vissuto è perché, un giorno, qualcuno ha avuto il coraggio di raccontarlo prima di me. Se le mie parole riescono a far sentire anche una sola persona un po’ meno sola, allora tutto quel cammino acquista un significato ancora più grande. Grazie per essere qui e per avermi lasciato un pezzo del tuo cuore.

      Elimina

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