Quando il corpo smette di essere un limite e diventa un alleato
La lezione più importante del mio percorso non l'ho imparata davanti a uno specchio, ma durante un addestramento al poligono.
Ci sono momenti in cui il cambiamento smette di essere una teoria e diventa qualcosa di concreto. Non accade davanti a uno specchio, non arriva necessariamente attraverso una fotografia o un numero sulla bilancia. A volte si manifesta nei luoghi più inaspettati, nel mezzo di una giornata qualunque, mentre stai facendo qualcosa che hai fatto centinaia di volte prima. E proprio per questo riesce a sorprenderti.
Per molto tempo ho pensato che il mio percorso riguardasse soprattutto il dimagrimento. Le taglie che cambiavano, i vestiti che cadevano diversamente, i numeri che lentamente scendevano. Credevo che il traguardo fosse lì, racchiuso in quelle immagini che siamo abituati a considerare la prova visibile del cambiamento. Oggi mi rendo conto che quella era soltanto una parte della storia. Forse nemmeno la più importante.
Qualche giorno fa ero al poligono per un'attività addestrativa. Per chi fa il mio lavoro non è nulla di straordinario. È uno di quei contesti che conosco da ventisei anni, uno di quegli ambienti in cui sai perfettamente cosa devi fare e come devi comportarti. Eppure, proprio in un luogo così familiare, ho avuto una delle consapevolezze più profonde di questo percorso.
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| A volte il cambiamento non si vede allo specchio. Si scopre nel momento in cui il corpo risponde presente. |
Mentre svolgevo le esercitazioni ho iniziato a percepire qualcosa che non avevo mai sentito con tanta chiarezza. Il mio corpo era presente. Potrà sembrare una frase strana, ma chi ha vissuto per anni in una condizione di obesità probabilmente capirà immediatamente cosa intendo. Per molto tempo ho affrontato il lavoro contando soprattutto sulla volontà, sulla determinazione e sul senso del dovere. Il corpo mi seguiva, certo, ma spesso avevo la sensazione che lo facesse con fatica. Come un compagno di viaggio che non si lamenta mai apertamente ma che, silenziosamente, ti ricorda a ogni passo quanto sia stanco.
Quel giorno invece è stato diverso. Non stavo combattendo contro il mio corpo. Non stavo cercando di compensare i suoi limiti. Non stavo chiedendogli uno sforzo che faceva fatica a sostenere. Per la prima volta ho avuto la sensazione che fossimo una squadra. Che mente e corpo stessero lavorando insieme verso lo stesso obiettivo. Tenere salda la mitragliatrice, mantenere la posizione corretta, gestire lo sforzo richiesto dall'addestramento non era più una continua negoziazione tra ciò che dovevo fare e ciò che riuscivo a fare. Era semplicemente qualcosa che stavo facendo.
A un certo punto l'istruttore ha iniziato a impartire le sue indicazioni. "Ginocchia semiflesse. Addome contratto. Braccia attive". E lì mi è scappato quasi da ridere. Per un attimo ho avuto la sensazione di non essere più al poligono ma nel mio salotto, davanti al tappetino. Mi aspettavo quasi che da un momento all'altro partisse la musica di un allenamento e qualcuno iniziasse a scandire i secondi di un Tabata. Ho persino immaginato Rosa e Paula comparire all'improvviso dietro una barricata per ricordarmi di non mollare proprio negli ultimi dieci secondi. Ormai fanno parte del mio modo di pensare. Sono riuscite a infiltrarsi persino nei miei addestramenti professionali.
Ma dietro quel sorriso c'era soprattutto gratitudine.
Perché in quell'istante ho capito che ogni allenamento fatto in questi anni mi aveva portata lì. Ogni giorno in cui non ne avevo voglia. Ogni volta che avrei preferito restare sul divano. Ogni esercizio affrontato cercando disperatamente di convincere il mio corpo e il mio cervello a collaborare nello stesso progetto. Ogni scelta alimentare fatta quando sarebbe stato più semplice rifugiarsi nelle vecchie abitudini. Tutto quel lavoro invisibile, accumulato giorno dopo giorno senza effetti speciali, era lì davanti a me.
Spesso immaginiamo il cambiamento come qualcosa di improvviso. Pensiamo che arriverà il giorno in cui ci guarderemo allo specchio e capiremo di essere diventati un'altra persona. La realtà, almeno per me, è stata molto diversa. Il cambiamento si è costruito lentamente, in silenzio, quasi di nascosto. Si è insinuato nelle mie giornate senza chiedere attenzione. E poi, quando meno me lo aspettavo, si è manifestato in un momento qualunque, durante una normale esercitazione di servizio.
Credo che il dono più grande di questo percorso non sia stato perdere peso. È stato scoprire che il mio corpo può essere un alleato. Per anni l'ho vissuto come qualcosa da sopportare, da trascinare, da correggere. Oggi sto imparando a fidarmi di lui. Sto imparando che prendersi cura di sé non significa soltanto modificare il proprio aspetto esteriore. Significa costruire, giorno dopo giorno, un corpo capace di accompagnarti nella vita che vuoi vivere. Un corpo presente, vigile, pronto a rispondere quando ne hai bisogno. Un corpo che non rappresenta più un limite da aggirare ma una risorsa sulla quale poter contare.
Quel giorno al poligono non ho visto il risultato di una dieta. Non ho visto il risultato di un intervento. Non ho visto nemmeno il risultato di qualche chilo perso. Ho visto il risultato di centinaia di piccole decisioni prese quando nessuno guardava. Ho visto il risultato della costanza. Della disciplina. Della cura. E soprattutto ho visto una donna che, dopo anni trascorsi a cercare di trascinarsi avanti con la sola forza di volontà, ha finalmente scoperto cosa significa avere il proprio corpo dalla propria parte.
E dopo ventisei anni di servizio, credetemi, è una soddisfazione che vale molto più di qualsiasi numero scritto su una bilancia.
Per anni ho pensato che prendermi cura di me significasse semplicemente perdere peso. Solo più tardi ho capito che stavo costruendo qualcosa di molto più importante: la capacità di contare su me stessa. Ne ho parlato anche qui → Le forme silenziose dell'amore verso se stessi

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