Le forme silenziose dell’amore verso se stessi
Quando disciplina, consapevolezza e cura smettono di essere una punizione e diventano il modo in cui si prova finalmente a restare accanto a sé stessi
Qualche giorno fa una persona mi ha fatto una considerazione che, in un primo momento, mi ha lasciato addosso un fastidio difficile da spiegare. Mi ha detto che la mia vita ormai sembra ruotare soltanto attorno a poche cose: lavorare, cucinare, fare ginnastica, organizzare i pasti, pensare continuamente alla salute.
La mia prima reazione è stata chiudermi. Mi sono risentita quasi immediatamente. Ho pensato che non dovessi spiegare niente a nessuno. Che certe battaglie, quando le attraversi davvero sulla pelle, non abbiano bisogno di essere continuamente tradotte in qualcosa di comprensibile agli occhi degli altri. E forse una parte di me continua ancora a pensarlo.
Poi però ho iniziato a rifletterci in silenzio, come succede sempre quando qualcosa riesce a toccarmi più profondamente di quanto vorrei ammettere. Perché ci sono parole che inizialmente sembrano soltanto fastidiose, ma che col tempo aprono domande più intime. E allora ho capito che forse il punto non era difendermi, ma provare a spiegare qualcosa che spesso dall’esterno non si vede davvero.
La verità è che chi ha vissuto per anni dentro un corpo obeso sviluppa con il cibo, con il movimento e con la salute un rapporto che raramente può essere raccontato in modo semplice. Perché non si tratta soltanto di peso. E nemmeno soltanto di estetica, come ancora troppo spesso si pensa. Riguarda il modo in cui si abita il proprio corpo. Il modo in cui ci si sente al suo interno. Il modo in cui per anni si può arrivare a vivere dentro sé stessi sentendosi contemporaneamente troppo visibili e profondamente invisibili.
Per molto tempo ho creduto che accettarmi significasse smettere di desiderare il cambiamento. Pensavo esistessero solo due possibilità: o amare se stessi oppure cercare di modificarsi. Come se prendersi cura della propria salute fosse automaticamente una forma di rifiuto verso il corpo che si ha.
Crescendo ho capito che l’accettazione vera non assomiglia affatto alla resa. Accettarsi non significa fingere che certe difficoltà non esistano. Non significa ignorare la fatica fisica, il dolore, la stanchezza, le paure o i limiti che l’obesità può portare nella vita quotidiana. E non significa nemmeno smettere di desiderare benessere.
Per me accettazione ha iniziato lentamente a significare qualcosa di molto più difficile e molto più profondo: guardarmi senza odio.
Guardare la persona che sono stata senza disprezzo. Smettere di trattare il mio corpo come un nemico da punire per tutto ciò che non era riuscito a essere. Comprendere che dietro certi chili non c’erano soltanto cattive abitudini, ma anche dolore, fragilità, consolazione, sopravvivenza emotiva.
E forse è proprio qui che nasce anche la consapevolezza.
La consapevolezza che il mio equilibrio non sarà mai qualcosa di automatico. Che per stare bene avrò probabilmente sempre bisogno di attenzione, presenza e cura verso me stessa. Non perché io sia sbagliata, ma perché conosco finalmente le mie fragilità abbastanza da sapere quanto facilmente potrei perdermi di nuovo dentro certi meccanismi.
Chi non ha vissuto questo tipo di rapporto con il corpo spesso immagina la disciplina come rigidità. Come privazione. Come ossessione.
Per me oggi la disciplina assomiglia molto di più a una forma di rispetto.
È preparare un pasto anche quando sarei tentata di ignorarmi. È allenarmi non per punirmi ma perché voglio continuare a stare bene dentro il mio corpo il più a lungo possibile. È capire quando ho fame davvero e quando invece sto cercando conforto, anestesia o tregua emotiva. È imparare lentamente a non abbandonarmi più.
E sì, forse dall’esterno può sembrare che la mia vita ruoti molto attorno a queste cose. Ma chi ha passato anni a sentirsi fuori equilibrio quasi ovunque sa che certe abitudini non sono gabbie.
Sono appigli. Sono il modo in cui provo ogni giorno a costruire stabilità dentro una parte di me che per molto tempo ha conosciuto soprattutto eccessi, sensi di colpa e smarrimento.
Perché esistono persone che riescono ad abitare il proprio corpo con leggerezza spontanea. Io sto ancora imparando. Sto imparando che la salute non è qualcosa che si conquista una volta sola e poi rimane lì per sempre. Va custodita. Ascoltata. Protetta. A volte persino scelta ogni giorno contro la parte più stanca di se stessi.
Ed è anche per questo che faccio così fatica a spiegare certe cose a voce. Perché quando provo a parlarne le parole spesso mi si bloccano nella gola. La scrittura invece mi concede tempo. Mi permette di attraversare pensieri che a voce sembrano solo confusione o difesa.
E forse è anche per questo che ho aperto questo blog. Perché per troppo tempo ho pensato che certe paure, certe vergogne e certi fallimenti appartenessero soltanto a me. Poi ho capito quante persone esistano là fuori ferme esattamente nello stesso punto in cui sono stata io: consapevoli di dover cambiare qualcosa per salvarsi davvero, ma terrorizzate dall’idea di non farcela, di essere giudicate, di dover rinunciare a pezzi di se stesse.
Attraverso queste parole vorrei tendere una mano proprio a loro. A chi sente di essere arrivato a un limite ma non riesce ancora a fare il primo passo. A chi si guarda allo specchio con stanchezza. A chi continua a rimandare perché pensa che ormai sia troppo tardi, o che non valga abbastanza da meritare una vita diversa. Perché cambiare fa paura. Fa paura lasciare andare abitudini che per anni sono state rifugio, conforto o anestesia emotiva. Fa paura perfino stare meglio, a volte, quando si è vissuto così a lungo nel dolore da averlo trasformato quasi in qualcosa di familiare.
Ma forse il coraggio non nasce quando smettiamo di avere paura. Forse nasce quando, nonostante quella paura, decidiamo lentamente di non abbandonarci più.
E allora sì, forse la mia vita oggi è fatta anche di allenamenti, pasti organizzati e attenzioni continue. Ma dentro quei gesti non c’è soltanto controllo. C’è una persona che sta finalmente imparando a restare accanto a se stessa.
E dopo anni trascorsi a sentirmi fuori posto perfino dentro il mio stesso corpo, credo che questa sia una delle forme più silenziose, difficili e sincere di amore verso se stessi che io abbia mai conosciuto.
Perché a volte il cambiamento non nasce dall’odio verso sé stessi, ma dal desiderio di smettere finalmente di lasciarsi andare via. Ne ho parlato anche qui → Quello che chiamiamo normale
Sto imparando.
E forse anche a volare.
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