La dottoressa Manuela Palazzi e tutte le cose che pensavo di sapere

A volte il cambiamento non consiste nello scoprire nuovi sapori, ma nel mettere in discussione le certezze con cui abbiamo vissuto per anni.

Se c'è una persona che negli ultimi anni ha assistito con pazienza alla demolizione controllata di molte delle mie certezze, quella è la dottoressa Palazzi.

E la cosa divertente è che non sto parlando soltanto di peso, alimentazione o salute. Sto parlando di tutte quelle convinzioni che per anni ho considerato verità assolute e che, una dopo l'altra, si sono rivelate molto meno solide di quanto immaginassi.

Perché io appartenevo a quella categoria di persone che hanno opinioni molto chiare sui cibi. Anzi, chiarissime. Esisteva un lungo elenco mentale di alimenti che non mi piacevano, che non avrei mangiato e che, a mio giudizio, non sarebbero mai riusciti a conquistare un posto nella mia cucina. Era un elenco costruito nel tempo, custodito gelosamente e difeso con una convinzione quasi commovente.

Lista illustrata di alimenti con spunte verdi e croci rosse che rappresentano la scoperta di nuovi sapori durante un percorso di educazione alimentare.
Alcuni li amavo già. Altri li ho scoperti strada facendo. Molti, semplicemente, non avevano mai avuto una vera seconda possibilità.

La parte più curiosa è che spesso quelle sentenze non nascevano da una reale conoscenza. Molti di quei cibi li avevo assaggiati anni prima, altri forse una sola volta, altri ancora erano stati giudicati colpevoli per semplice associazione. Bastava che avessero un certo odore, una certa consistenza o semplicemente una cattiva reputazione nella mia personale geografia gastronomica perché venissero immediatamente esclusi.

E così, senza accorgermene, avevo ristretto il mio mondo alimentare a un territorio rassicurante e conosciuto. Non perché mancasse la curiosità, ma perché le abitudini hanno una straordinaria capacità di travestirsi da verità. Riescono a convincerci che ciò che conosciamo sia tutto ciò che vale la pena conoscere e che ciò che non abbiamo ancora esplorato probabilmente non ci interesserà mai.

Poi è arrivata la dottoressa Palazzi.

Con la calma di chi sa che le rivoluzioni più importanti non si fanno mai a colpi di imposizioni ma attraverso piccoli spostamenti quasi impercettibili, ha iniziato ad allargare i confini di quel territorio. Un alimento alla volta. Un sapore alla volta. Una scoperta alla volta.

E io, che inizialmente osservavo ogni novità con il sospetto di chi teme un tradimento imminente delle proprie papille gustative, mi sono ritrovata a fare qualcosa che non facevo da molto tempo: concedere una seconda possibilità. È una cosa strana, la seconda possibilità. Perché richiede una piccola dose di umiltà. Significa accettare che forse ci eravamo sbagliati. Che forse non conoscevamo davvero ciò che pensavamo di conoscere. Che forse quel giudizio espresso tanti anni prima meritava di essere rivisto. Così è iniziata una serie di incontri inattesi.

Sapori che credevo di non apprezzare e che invece hanno iniziato lentamente a piacermi. Alimenti che avevo ignorato per anni e che oggi entrano tranquillamente nella mia alimentazione. Abbinamenti che non avrei mai immaginato e che adesso preparo quasi senza pensarci.

A volte mi capita perfino di assaggiare qualcosa di nuovo senza partire immediatamente con una dettagliata analisi preventiva dei possibili motivi per cui non dovrebbe piacermi. E considerando il mio carattere, si tratta di un progresso che meriterebbe probabilmente una pubblicazione scientifica.

La verità è che questo percorso mi ha insegnato qualcosa che va molto oltre il cibo.

Mi ha insegnato quanto sia facile costruire recinti intorno alla propria vita e poi dimenticare di averli costruiti.

Lo facciamo con gli alimenti, ma anche con noi stessi.

Ci convinciamo che certe cose non facciano per noi. Che non saremo mai capaci di fare una determinata esperienza. Che alcuni cambiamenti siano impossibili. Che il nostro carattere, le nostre abitudini o persino la nostra storia ci impediscano di andare oltre un certo confine.

Poi accade qualcosa. Arriva una persona che ci invita a guardare meglio. A provare.

A non decidere troppo in fretta. E scopriamo che il limite non era la realtà. Era l'idea che ci eravamo fatti della realtà.

Per questo oggi provo una gratitudine speciale verso la dottoressa Palazzi. Non soltanto perché mi ha accompagnata in un percorso di salute e cambiamento, ma perché mi ha insegnato una forma di curiosità che non avevo mai considerato particolarmente preziosa.

La curiosità di chi non dà tutto per scontato. La curiosità di chi lascia una porta socchiusa. La curiosità di chi accetta la possibilità di essere sorpreso. E forse è proprio questa la lezione più bella che mi porto a casa. Non aver scoperto nuovi alimenti.

Ma aver scoperto che, anche quando siamo convinti di sapere già tutto, la vita trova sempre un modo elegante per ricordarci che c'è ancora molto da assaggiare.



In quel periodo stavo imparando che cambiare alimentazione non significa soltanto modificare ciò che mettiamo nel piatto. Significa spesso mettere in discussione convinzioni che ci accompagnano da anni.

Ne ho parlato anche qui → Il difficile equilibrio tra prendersi curadi sé e cercare di spiegarlo agli altri.



Sto imparando.

E forse anche a volare.


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