Il difficile equilibrio tra prendersi cura di sé e cercare di spiegarlo agli altri
Quando la disciplina smette di essere punizione e diventa il modo in cui si prova finalmente a non abbandonarsi più.
Una delle cose più strane di questo percorso non è stata cambiare alimentazione, imparare ad allenarmi o vedere lentamente trasformarsi il mio corpo.
La parte davvero complicata è stata cercare di spiegare agli altri perché improvvisamente una persona che per anni ha vissuto in modalità “sopravvivenza emotiva e carboidrati consolatori” adesso organizzi la propria vita attorno a cose apparentemente assurde come bere acqua, dormire decentemente, prepararsi i pasti e saltare in salotto davanti alla televisione come una creatura leggermente posseduta nel tentativo di fare ginnastica.
Perché quando inizi davvero a prenderti cura di te stessa succede una cosa curiosa: gli altri se ne accorgono. Ma non sempre riescono a capire cosa stanno vedendo.
All’inizio pensavo che il cambiamento sarebbe stato soprattutto fisico. Immaginavo vestiti diversi, numeri che scendono, specchi meno drammatici. Non avevo considerato invece il momento in cui avrei iniziato a sembrare vagamente sospetta agli occhi del mondo soltanto perché avevo deciso di trattarmi come una persona da proteggere.
E allora iniziano le osservazioni. “Ma mangi sempre così?”, “Ancora ginnastica?”, “Ma per una volta non puoi lasciarti andare?” oppure “Ormai pensi solo alla salute.”
Detto quasi come se la salute fosse una setta segreta nella quale io fossi entrata improvvisamente con una borraccia emotivamente impegnativa e un tappetino steso in salotto tra il divano e la dignità personale.
La verità è che chi ha avuto un rapporto difficile con il proprio corpo difficilmente vive certe attenzioni con leggerezza automatica. Per molte persone mangiare bene o muoversi è semplicemente un’abitudine. Per altre invece è una continua forma di dialogo interiore. Una trattativa diplomatica quotidiana tra la parte che vuole stare bene e quella che per anni ha cercato conforto nel cibo ogni volta che la vita diventava troppo pesante, troppo stanca o troppo dolorosa da attraversare lucidamente.
Ed è difficile spiegare questa cosa senza sembrare tragicamente intensi davanti a una zucchina grigliata.
Perché il punto non è diventare perfetti. E nemmeno vivere contando mandorle come un revisore fiscale della frutta secca. Il punto è che quando hai passato anni a ignorarti, a trascurarti o a usare il cibo per anestetizzare emozioni che non riuscivi nemmeno a nominare, a un certo punto imparare a prenderti cura di te stessa assume un significato completamente diverso.
Non è più controllo. È presenza. È smettere lentamente di abbandonarti.
E allora sì, forse da fuori può sembrare che io organizzi troppo la mia vita attorno a queste cose. Ma chi ha conosciuto davvero lo squilibrio sa che certe routine non nascono dall’ossessione. Nascono dalla consapevolezza di quanto facilmente si possa tornare a stare male quando si smette di ascoltarsi.
Perché chi è stato obeso per anni spesso non ha semplicemente “mangiato troppo”. Ha vissuto dentro un rapporto complicato con sé stesso. Un rapporto fatto di sensi di colpa, compensazioni emotive, vergogna, stanchezza e tentativi continui di riempire vuoti che con la fame avevano ben poco a che fare.
E quando finalmente inizi a capirlo, la cura cambia significato. Prepararti un pasto smette di essere una limitazione e diventa una forma di rispetto. Allenarti in salotto, anche con la coordinazione motoria di un fenicottero emotivamente instabile, smette di essere punizione e diventa un modo per dire al tuo corpo: “Sto cercando di restarti accanto”.
Certo, detta così sembra profondissima. Poi però nella realtà ci sono io che provo a fare squat mentre il cane mi attraversa sotto le gambe convinto che tutto quello sia un nuovo sport interattivo creato apposta per lui.
Perché la verità è che il benessere reale raramente è elegante come viene raccontato online. Molto più spesso è fatto di tappetini storti, capelli improponibili, affondi fatti male, pasti preparati controvoglia dopo giornate infinite e momenti in cui guardi una pizza con la stessa intensità emotiva con cui nei film romantici si osservano gli amori impossibili.
Però dentro tutta questa autoironia esiste anche qualcosa di profondamente serio.
Per la prima volta nella mia vita non sto cercando di diventare qualcuno di diverso. Sto cercando di non perdermi più. E forse è proprio questo che a volte gli altri fanno fatica a capire.
Che alcune persone non si prendono cura di sé per vanità. Lo fanno perché hanno finalmente compreso quanto dolore ci sia stato, per anni, dentro il modo in cui si sono trascurate.
E quando arrivi a capirlo davvero, smettere di ignorarti non sembra più una rinuncia alla spontaneità. Sembra finalmente una delle forme più difficili e sincere di amore verso se stessi.
Perché a volte il cambiamento non nasce dal desiderio di diventare perfetti, ma dalla paura di continuare a perdersi dentro vecchi equilibri che facevano male.
Ne ho parlato anche qui → Le forme silenziose dell’amore verso se stessi
Sto imparando.
E forse anche a volare.

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