Le donne che non parlano la mia lingua (ma mi hanno insegnato a restare)

Un gruppo WhatsApp, una trainer e una rete di sorellanza fatta di allenamento, fragilità e presenza quotidiana

Non pensavo che sarebbe successo così.

Io ero partita con un obiettivo molto semplice: allenarmi. Muovermi un po’, fare quello che per anni avevo rimandato con la stessa costanza con cui si rimandano le cose importanti. Non avevo messo in conto tutto il resto. Non avevo previsto che, insieme agli esercizi, sarebbero arrivate anche loro.

 

Illustrazione di un gruppo di donne unite che affrontano insieme un percorso di allenamento e sostegno reciproco
Grazie Laura Perez per questa immagine

 

Le ho incontrate attraverso Rosa e Paula, le trainer che ci allenano tutte. Sono state loro, senza farne un evento, a creare questo spazio in cui corpi diversi, attività lavorative diverse, storie diverse e vite lontane si sono ritrovati nello stesso punto. Non un luogo fisico, ma qualcosa che, giorno dopo giorno, ha iniziato a somigliare molto a una casa.

Perché noi, in realtà, non ci vediamo davvero. Non condividiamo una palestra, non ci incrociamo negli spogliatoi, non abbiamo quel tipo di contatto che normalmente definisce un gruppo. Esistiamo dentro un gruppo WhatsApp, tra messaggi, vocali, incoraggiamenti scritti al volo e risposte mandate mentre qualcuna, probabilmente, sta ancora cercando di recuperare il fiato dopo una serie di squat.

All’inizio era semplice. Pochi messaggi, qualche scambio, qualche “vamos” scritto con più entusiasmo che grammatica da parte mia. Riuscivo a stare dietro a tutto, a capire, a rispondere, a sentirmi parte senza troppo sforzo.

Poi è successo quello che succede sempre quando un gruppo di donne trova sintonia.

Si sono scatenate.

Messaggi a raffica, vocali lunghi quanto una puntata di una serie, risposte dentro risposte dentro altre risposte. Io lì, davanti allo schermo, completamente imbambolata, cercando di capire se stessero parlando di allenamento, di vita, di emozioni o di tutte e tre le cose insieme. A un certo punto smettevo anche di fingere di capire e restavo a guardare la chat che scorreva con la stessa velocità di un treno in corsa.

Eppure, ogni volta, succede una cosa bellissima.

C’è sempre qualcuna che si accorge.

Qualcuna che, senza farlo pesare, riassume, spiega, traduce non solo le parole ma anche il senso. E in quel momento io rientro dentro la conversazione, senza essermi mai sentita davvero fuori. È una cosa piccola, ma dice tantissimo. È quel modo silenzioso di includere che non ha bisogno di grandi gesti.

E così, giorno dopo giorno, abbiamo iniziato a riconoscerci.

Ci sono Laura, Carmen, Nadia, Inés, Juani, Irene, Marina, Roxana, Rouss.

Nomi che all’inizio erano solo su uno schermo e che adesso hanno un peso, una storia, una presenza.

Ognuna di loro porta qualcosa.

C’è chi convive con la fibromialgia e ogni allenamento è una negoziazione delicata con il proprio corpo, fatta di ascolto e pazienza. C’è chi ha un rapporto complicato con il cibo e sta provando, con una determinazione che non fa rumore ma si sente tutta, a ricostruire un equilibrio. C’è chi combatte con l’ansia, quella che non si vede ma che accompagna ogni giornata come un sottofondo costante. C’è chi attraversa la menopausa con tutto quello che comporta, senza filtri, senza vergogna. C’è chi affronta difficoltà familiari che non racconta sempre, ma che si leggono nei momenti in cui scegliere di esserci diventa già una forma di forza.

E poi c’è chi ha combattuto una battaglia che non racconta, ma che io percepisco anche nei silenzi, nella profondità delle parole non dette, nella disciplina con cui ogni giorno si presenta. Si sveglia alle cinque del mattino. Alle cinque. Io a quell’ora, nella migliore delle ipotesi, sto ancora negoziando con la sveglia. Lei invece si alza e si allena, come se quei muscoli non fossero solo fisici ma anche il modo più concreto per non crollare.

E in mezzo a tutto questo ci siamo noi, a fare qualcosa che da fuori sembra semplice: allenarci.

Ma in realtà stiamo facendo molto di più.

Abbiamo costruito una rete. Una rete di protezione, di presenza, di sorellanza. Una di quelle che non fa rumore ma regge tantissimo. Non serve esserci sempre, non serve dire tutto, non serve essere perfette. Basta esserci abbastanza. E noi, in qualche modo, ci siamo.

Ci sosteniamo nei giorni in cui la motivazione è sotto i piedi, ci guardiamo senza giudizio, ci insegniamo, senza nemmeno rendercene conto, che si può essere fragili e forti nello stesso momento.

Io da loro sto imparando molto più di quanto avessi previsto.

Sto imparando che la forza non è sempre quella che si vede. A volte è quella che si ripete ogni giorno, anche quando nessuno guarda. Sto imparando che non serve capirsi perfettamente per esserci davvero. Sto imparando che il cambiamento non è una linea dritta, ma un continuo aggiustarsi, fermarsi, ripartire.

E soprattutto sto imparando che si può appartenere anche a distanza.

Che si può essere parte di qualcosa anche quando ogni tanto resti indietro a leggere cinquanta messaggi tutti insieme cercando di capire da dove iniziare. Che si può essere viste anche dentro uno schermo.

E mentre io continuo a inciampare nei miei stessi piedi con una coerenza che ormai mi rappresenta, loro sono lì.

A spronare, a sostenere, a esserci.

E forse è proprio questo il regalo più grande che mi stanno facendo.

Mi stanno insegnando che esiste un linguaggio che non ha bisogno di essere tradotto.

Quello della presenza.

Quello del “ci sono” anche quando non capisci tutto.

Quello del restare.

E alla fine, forse, è l’unico che conta davvero.

Se anche tu hai incontrato persone che, senza parlarti la stessa lingua, ti hanno fatto sentire a casa… lascia un 💖

 

Sto imparando.

E forse anche a volare.

 

 

Perché, alla fine, certe cose non si fanno da soli. Ne ho parlato anche qui → Non si cambia da soli

Di Rosa e Paula, di come riescono a tenere insieme tutto questo senza mai mettersi al centro, ne ho scritto anche qui #TúPuedesMás

 

E forse non è un caso se tutto questo è partito proprio da loro. Perché certe persone non allenano solo il corpo. Creano spazi in cui le persone restano.


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