Memoria corta e muscoli lunghi (ovvero: perché a 54 anni ho bisogno di un notaio per fare gli squat)

Cronache di una cinquantunenne (più tre anni di esperienza) che allena i muscoli ma ha perso il navigatore della memoria.

 

Diciamoci la verità: a 54 anni la consapevolezza è un dono meraviglioso, ma la memoria a breve termine è diventata un’opinione facoltativa, quasi un vago suggerimento.

Ho passato una vita a dimenticare dove ho parcheggiato l'auto o perché sono entrata in cucina (restare lì, davanti al frigo aperto, fissando il latte come se contenesse le risposte dell'universo, è ormai il mio sport olimpico), ma non avrei mai pensato di iniziare a perdere il conto di me stessa mentre sudo sul tappetino del salotto. Eppure eccomi qui, nel pieno della mia "rinascita", a lottare contro il mistero più fitto della giornata: "Ma questa era la seconda o la terza serie?".

 

Lavagnetta bianca con segni di spunta per contare le serie degli esercizi in un salotto, accanto a un tappetino da yoga.

 

C’è un momento preciso, intorno alla decima ripetizione, in cui il mio cervello decide che ha dato abbastanza, rassegna le dimissioni e se ne va in vacanza alle Maldive. Guardo Mitzu in cerca di un suggerimento, di un cenno, di un segnale di fumo. Ma lei mi fissa con quel disappunto tipico di chi sa contare al millisecondo quanto manca alla pappa, ma non ha nessuna intenzione di farmi da contapassi umano. Mi guarda come dire: "Ti sei messa tu a saltare come un grillo, ora sbrogliatela".

Così, ho dovuto arrendermi all’evidenza: a 54 anni la forza di volontà è un motore truccato che spinge come un treno, ma il pallottoliere interno è andato in pensione anticipata senza lasciare l'indirizzo.

La soluzione? Una lavagnetta.

Sì, esatto. Ho comprato una lavagnetta bianca, di quelle col pennarello che puzza di scuola e di interrogazioni di matematica, e l’ho piazzata strategicamente tra il divano e il mobile della TV. Ora il mio allenamento sembra più una sessione di ingegneria aerospaziale della NASA che una routine di fitness.
Faccio una serie? Segno una tacca. Faccio un’altra serie? Altra tacca.

Senza quella lavagnetta, la mia sessione di allenamento oscillerebbe pericolosamente tra due deliri: o finirei per fare tre ore di affondi convinta di averne fatti solo dieci (e trovarmi il giorno dopo con le gambe di marmo), o mi fermerei dopo tre flessioni dichiarando trionfalmente di aver completato una maratona olimpica.

C’è qualcosa di profondamente liberatorio nel vedersi lì, con i bicipiti che finalmente si fanno sentire ma con la necessità di appuntarsi tutto come se dovessi fare la lista della spesa per non dimenticare le uova. È il paradosso della mia nuova vita: sto costruendo una "me" più solida e potente, ma che finalmente ha imparato a ridere dei propri pezzi che si perdono per strada.

Oggi, mentre segno la mia ultima tacca sulla lavagnetta sotto lo sguardo giudicante di Mitzu, capisco che l’equilibrio è proprio questo. È saper spingere sul corpo con la grinta di chi sta scoprendo la propria forza per la prima volta, accettando con una risata che la testa preferisca planare altrove, magari a chiedersi dove diavolo ho messo il pennarello nero cinque minuti fa.

In fondo, volare significa anche questo: sapersi alleggerire del peso di voler essere sempre impeccabili. Meglio una tacca sulla lavagnetta che un perfezionismo inutile sul cuore.

E voi come siete messi a conteggi? Avete anche voi i vostri “trucchetti” per non perdervi tra una serie e l'altra o vi fidate ancora della vostra testa (beati voi!)? Raccontatemelo nei commenti o lasciami uno 😆, ridere di noi è l'esercizio che tonifica di più! 

 

 

 

Sto imparando.

E forse anche a volare.

 

 

 Se vi siete persi le puntate precedenti del mio "film", potete leggere qui di quando sono andata al cinema con la mia vecchia me o di come ho iniziato a costruire ponti di coraggio.



Commenti

  1. William Carbone09/05/26, 15:59

    Mary... Ti seguo a ruota... I pezzi non si perdono, si dimenticano dove si lasciano. Loro non vivono di vita propria 😅

    RispondiElimina

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