Quello che chiamiamo normale
Non è una misura.
È qualcosa che abbiamo imparato a riconoscere.
Per molto tempo non ho pensato di essere sbagliata. Sarebbe stato più semplice, quasi rassicurante. Io ero semplicemente adattata, che detta così sembra anche una qualità, una di quelle cose che se le racconti bene suonano come un punto di forza. Sapevo regolarmi, osservare, capire prima ancora di muovermi, decidere in anticipo quanto spazio prendere e quanto invece ridurre, senza farlo pesare, senza creare attrito.
Col tempo questa cosa diventa naturale, così naturale che smetti perfino di accorgertene. Guardi un vestito e sai già che non è per te, entri in una situazione e ti sistemi automaticamente nel punto in cui darai meno fastidio possibile, o almeno così ti sembra. Non è una rinuncia dichiarata, non è nemmeno una scelta vera e propria, è più un modo di stare al mondo che hai imparato osservando.
Perché nessuno ti spiega davvero cosa sia normale, ma lo capisci comunque. Lo capisci dai corpi che sembrano muoversi senza sforzo negli spazi, da quelli che non devono chiedere permesso, da quelli che semplicemente ci sono e basta. E poi ci sono gli altri, quelli che non vengono esclusi apertamente, ma che imparano a regolarsi prima ancora che qualcuno glielo chieda.
Io, per esempio, sono diventata piuttosto brava a farlo. Una specie di talento silenzioso nel prevedere, nell’evitare, nel non mettermi troppo in discussione in pubblico. Molto elegante, tra l’altro. Peccato che, insieme alle situazioni scomode, evitassi anche quelle che forse mi avrebbero fatto stare bene.
E questa è una cosa che capisci dopo, quando inizi a chiederti da dove arrivino tutte queste certezze. Perché alcune possibilità non le prendi nemmeno in considerazione, perché alcune cose le escludi prima ancora di provarle, come se qualcuno avesse già deciso per te. Solo che quel qualcuno, a un certo punto, sei diventata tu.
Perché quella che chiamiamo normalità non è neutra come sembra. Non è una linea oggettiva dentro cui si rientra o da cui si esce. È qualcosa che si impara, e si impara così bene che finisci per usarla da sola, senza bisogno di confronto. Ti guardi, ti misuri, ti regoli. Funziona. Anche troppo.
Io questa cosa la sto disimparando, ma non è un processo lineare e nemmeno particolarmente eroico. Non c’è un momento preciso in cui smetti e basta. È più un continuo accorgersi, un piccolo spostamento alla volta, in cui ogni tanto riesco a non decidere prima, a non escludermi automaticamente, a lasciarmi la possibilità di esserci anche quando non sono sicura di “rientrare”.
Non sempre mi riesce, anzi. Spesso torno esattamente al punto di partenza, con lo stesso sguardo e le stesse conclusioni veloci. Però altre volte resto un attimo di più, non cambio tutto, non divento improvvisamente sicura, ma almeno non mi tolgo subito la possibilità. E questo, per quanto minimo, cambia il modo in cui mi tratto.
A quel punto è difficile non allargare il discorso, perché se questa cosa l’ho imparata io così bene, è evidente che continua a passare, anche adesso, anche senza che nessuno la dica davvero.
Continuiamo a insegnare come rientrare, come migliorarsi, come avvicinarsi a qualcosa, mentre molto più raramente insegniamo come stare quando non si combacia perfettamente con niente. Non insegniamo abbastanza che si può essere fuori misura e comunque a posto, che non tutto deve essere corretto per avere valore, che non serve aspettare di “andare bene” per iniziare a esserci. Insegniamo a funzionare. E funzionare, diciamolo, è anche sopravvalutato.
Quello che forse manca è qualcosa di più semplice e molto più scomodo: imparare a non trattarsi come un errore quando non si rientra.
Perché il mondo continuerà ad avere le sue immagini e le sue preferenze, ma il modo in cui le usiamo su di noi può cambiare, anche poco, anche lentamente, anche senza diventare improvvisamente persone illuminate. E forse è già abbastanza.
Se ci pensi davvero, la domanda resta sempre quella, anche se proviamo a girarci intorno: quante cose hai escluso da solo, non perché non potessi, ma perché avevi già deciso in anticipo di non rientrare?
Sto imparando.
E forse anche a volare.

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