La bambina che cercava di diventare invisibile

Per anni quelle parole hanno conitnuato a vivere dentro di me. Ne ho parlato anche quiCrescere con l’obesità infantile tra battute, giudizi e la sensazione costante di occupare troppo spazio

Quando penso alla mia infanzia non mi vengono subito in mente immagini leggere. Non penso per prima cosa alle corse al parco, alle ginocchia sbucciate o alle estati infinite che nei racconti sembrano appartenere a tutti i bambini. Il ricordo più nitido che ho è una sensazione molto meno romantica e molto più ingombrante: quella di sentirmi costantemente “troppo”.

 

Disegno a pastelli di una bambina con capelli corti ricci neri seduta da sola mentre guarda altri bambini giocare, simbolo dell’obesità infantile e del senso di esclusione

 

Troppo visibile, troppo facilmente commentabile, troppo presente in un corpo che sembrava arrivare sempre nella stanza qualche secondo prima di me. È una sensazione difficile da spiegare se non l’hai vissuta, ma chi l’ha provata la riconosce subito. Entravi in un luogo e avevi l’impressione che la prima cosa che gli altri vedessero non fosse il tuo sorriso, il tuo carattere o il semplice fatto che eri una bambina. Vedevano il tuo corpo, e tutto il resto arrivava dopo, se arrivava.

Gli adulti, poi, avevano questa straordinaria capacità di parlare davanti ai bambini come se i bambini fossero esseri decorativi, presenti ma privi di capacità di comprensione. Dicevano cose che probabilmente ritenevano innocue, perfino simpatiche, e invece restavano addosso con una precisione chirurgica. C’era il grande classico pronunciato con tono scherzoso, quello che faceva ridere tutti tranne te: “Eh, oh… se Mariassunta ti tira uno schiaffo ti ribalta.” Come se essere una bambina obesa significasse possedere automaticamente la forza di Hulk. Come se il tuo corpo dovesse essere sempre trasformato in caricatura, in battuta facile, in aneddoto da raccontare a tavola mentre tutti ridono e tu impari a sorridere per non sembrare quella permalosa.

E poi c’erano i pranzi di famiglia, che avrebbero dovuto sapere di festa e invece a volte diventavano piccole ispezioni pubbliche sul contenuto del tuo piatto. Bastava allungare la mano verso una porzione in più e arrivava immediatamente qualcuno a monitorare la situazione con l’attenzione di un agente sotto copertura. “Basta così.” “Stai mangiando ancora?” “Forse dovresti evitare il dolce.” Frasi dette davanti a tutti con quella leggerezza crudele di chi pensa di stare aiutando mentre, in realtà, sta insegnando a una bambina che mangiare deve sempre essere accompagnato da vergogna.

Io ricordo perfettamente quella sensazione di diventare improvvisamente osservata. Come se il mio piatto potesse trasformarsi in un dibattito collettivo. Come se ogni boccone avesse bisogno dell’approvazione generale. E la cosa più assurda è che i bambini si accorgono di tutto. Degli sguardi che si fermano troppo, delle frasi dette sottovoce credendo che non vengano capite, dei consigli dati ai genitori mentre tu sei lì accanto a fingere di essere distratta.

Poi c’era la scuola, che può essere un luogo meraviglioso oppure un piccolo laboratorio sociale dove impari molto presto quale posto occupi nella gerarchia invisibile dei bambini. L’ora di educazione fisica era una sorta di rituale che riusciva ogni volta a ricordarmi che il mio corpo sembrava sempre “troppo” anche lì. La formazione delle squadre era il momento in cui fingevo disinteresse, come se non mi importasse essere scelta per ultima. Dentro, però, speravo sempre che qualcosa cambiasse. Non cambiava quasi mai. E nelle rare attività in cui bisognava esporsi avevo sviluppato un talento incredibile nel confondermi nel gruppo. Se potevo stare nelle retrovie senza attirare attenzione, lo facevo con la precisione di chi aveva trasformato l’invisibilità in una competenza.

Nel frattempo stavo diventando bravissima in una disciplina che avrebbe meritato almeno una medaglia: l’autoironia difensiva. Ridevo di me prima che potesse farlo qualcun altro. Facevo battute sul mio peso con una velocità impressionante. All’epoca la chiamavo carattere, oggi la riconosco per quello che era davvero: una strategia per togliere agli altri il potere di ferirmi per primi. Se diventavo quella simpatica, quella brillante, quella che faceva ridere, forse il resto sarebbe passato in secondo piano. Per anni ha funzionato abbastanza bene da convincermi che stessi gestendo la situazione. In realtà stavo solo diventando molto brava a farmi male con eleganza.

Per tantissimo tempo ho pensato che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo. Dopo una dieta riuscita. Dopo un corpo diverso. Dopo una versione di me considerata finalmente accettabile. Tutto veniva rimandato: le fotografie, il mare, certi vestiti, perfino la possibilità di piacermi davvero. Vivevo come se fossi in una lunga sala d’attesa e qualcuno, prima o poi, avrebbe pronunciato il mio nome autorizzandomi finalmente a vivere.

La parte più dolorosa è che a un certo punto ho iniziato a guardarmi con la stessa durezza con cui spesso mi aveva guardata il mondo. Guardavo le foto di me da bambina cercando difetti, come se anche lei avesse sbagliato qualcosa. Poi sono cresciuta e ho riguardato quelle immagini con occhi diversi. E finalmente ho visto una bambina. Solo una bambina. Una bambina che stava facendo del suo meglio mentre cercava di sopravvivere a giudizi troppo grandi per la sua età. Una bambina che meritava protezione e che invece riceveva osservazioni travestite da premure e battute mascherate da affetto.

Se potessi parlarle oggi non le direi che un giorno il suo corpo cambierà. Sarebbe troppo poco. Le direi che non era lei il problema. Le direi di mangiarsi il gelato senza sentirsi osservata, di fare le foto, di andare al mare, di ridere forte senza chiedere permesso. Le direi che nessun bambino dovrebbe crescere credendo di dover occupare meno spazio per essere amato.

E forse questo percorso, in fondo, è stato anche questo: tornare da quella bambina e restituirle tutto lo spazio che per anni ha cercato disperatamente di non occupare.

Se anche tu, da bambina o da bambino, ti sei sentito “troppo” per qualcosa che non avevi scelto, lascia un segno. Anche senza parole. 

 

 

Sto imparado.

E forse anche a volare. 

 

 

 

Per anni quelle parole hanno continuato a vivere dentro di me. Ne ho parlato anche qui



Commenti

  1. antonella tosti29/04/26, 13:29

    Ti ammiro ogni giorno di più. Trovare una forza del genere dentro di te , con le angherie che hai subito, i commenti ironici crudeli e tutte le opportunità "mancate" invece che piegarti ti hanno fatta diventare la roccia che sei ora,capace non solo di cambiare ma di aiutare gli altri a farlo.
    Grandiosa!
    Antonella

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    Risposte
    1. Antonella, questo commento mi ha toccata profondamente. Ci sono state ferite che per anni hanno fatto rumore, e per molto tempo ho creduto che mi avrebbero definita per sempre. Oggi provo a trasformarle in qualcosa che possa alleggerire anche il cammino di qualcun altro. Se ci riesco anche solo un po’, allora tutto questo ha avuto un senso. Grazie per avermi vista con occhi così pieni d’amore ❤️

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