Il peso delle parole che non si vedono

Non fanno rumore. Eppure, sono quelle che pesano di più. 

Parola scritta in diverse lingue e alfabeti, rappresentazione visiva del peso e del significato universale delle parole

Il problema delle parole è che non pesano. O almeno così sembra. Non fanno rumore quando cadono, non lasciano lividi visibili, non chiedono permesso. Arrivano leggere, quasi innocue, e invece trovano sempre il punto giusto dove fermarsi.

Io ho imparato presto che il peso non è solo quello del corpo. C'è un altro tipo di peso, più sottile, che si deposita piano: è quello delle parole che gli altri ti appoggiano addosso come se niente fosse. "Dovresti." "Sei sempre stata così?" "Ma hai un viso così bello..." Frasi dette magari senza cattiveria. O forse sì. Non cambia molto. Perché certe parole non hanno bisogno di essere urlate per farsi sentire, basta il tono giusto. O quello sbagliato.

E tu impari a portarle. All'inizio non ci fai caso, poi inizi a fare spazio, un po' dentro, un po' fuori. Ti sistemi per stare meglio dentro gli sguardi degli altri, ti aggiusti, ti limi, ti nascondi. Io, per esempio, per anni ho evitato certe cose, non perché non potessi farle, ma perché mi sembrava di non avere il "permesso". Come se esistesse una specie di regolamento non scritto: alcune vite sono più autorizzate di altre.

E la cosa buffa, se non fosse che a volte fa male, è che nel frattempo diventiamo bravissimi a usare quelle stesse parole contro noi stessi. Ci parliamo peggio di chiunque altro. Io sono stata una maestra in questo. Autoironia a livelli altissimi, sì, ma spesso era solo un modo elegante per anticipare il giudizio degli altri. Per dirlo prima io, così fa meno male. Spoiler: non funziona.

Poi succede qualcosa. Non all'improvviso, non con un colpo di scena. Piuttosto piano. Ti stanchi. Ti stanchi di portare pesi che non sono tuoi, di stare al posto che gli altri hanno deciso per te, di tradurti continuamente per essere più digeribile. E inizi a fare una cosa nuova, quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: scegli cosa tenere. Non tutte le parole meritano spazio, non tutte le opinioni meritano risposta, non tutti gli sguardi meritano di diventare una misura. E soprattutto: non tutte le voci devono diventare la tua voce.

Ma insieme a questo, inizi anche a notare altro. Esistono parole che non schiacciano, che non chiedono di diventare diversa per essere accettata, che non arrivano con un "però" nascosto. All'inizio spiazzano. Quando qualcuno ti dice "vai bene così", non è automatico crederci; è più facile cercare l'errore che accoglierle davvero. Quando senti "prenditi il tuo tempo", una parte di te pensa subito che sia solo un modo gentile per dire che sei in ritardo. E quando qualcuno ti guarda davvero, senza aggiustarti, senza correggerti, ti senti quasi fuori posto, non perché manchi qualcosa, ma perché non sei abituata a non dover dimostrare niente.

Eppure sono proprio queste parole a cambiare il ritmo. Non fanno rumore, non impongono, non correggono: restano. E col tempo iniziano a fare qualcosa di semplice ma fondamentale, ti lasciano spazio. Non ti dicono chi devi essere, ti permettono di restare mentre capisci chi sei. E piano piano, quasi senza accorgertene, inizi a usarle anche tu. All'inizio poco, con cautela. Ti dici: "ok, oggi non è andata come volevo... ma posso riprovarci". Oppure: "non devo punirmi per cambiare". E sembra poco, ma per chi è cresciuto a forza di "non basta", è già uno spostamento enorme.

Io sto imparando questo: che le parole non sono solo qualcosa da cui difendersi, sono anche uno strumento. Possono irrigidire o accompagnare, possono chiudere o aprire possibilità, possono farti sentire fuori posto oppure finalmente a posto, anche mentre sei ancora in cammino. Non risolvono tutto, non sistemano il passato, non cancellano gli automatismi, ma cambiano il modo in cui attraversi le cose. E a volte basta questo per non tornare indietro.

Perché forse il punto non è smettere di sentire le parole degli altri, ma scegliere quali tenere vive dentro. Quelle che ti tengono ferma o quelle che, piano piano, ti permettono di muoverti.

Se ti va, fermati un attimo e resta qui con una domanda semplice ma scomoda: qual è l'ultima parola che ti sei detto e che forse non meritavi, e quale, invece, potresti iniziare a usare da oggi per stare un po' più dalla tua parte?

 

Sto imparando.
E forse anche a volare


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