Per me il Tabata era una principessa indonesiana

La storia di come sono entrata nel mondo del fitness convinta che il Tabata appartenesse a una famiglia reale, il Pilates fosse una signora spagnola molto elegante e l'HIIT un personaggio di un film horror.

Per molto tempo ho pensato che il mondo del fitness fosse un luogo lontanissimo dal mio. Non soltanto perché non ne conoscevo le regole, ma perché ero sinceramente convinta di non appartenervi. Mi sembrava un universo abitato da persone coordinate, motivate e straordinariamente consapevoli di ciò che stavano facendo. Persone che parlavano di "core", "circuiti", "attivazione muscolare" e altre espressioni misteriose con la stessa naturalezza con cui io ordinavo un caffè.

Io, invece, vivevo in una realtà parallela.

Per esempio, fino a poco tempo fa, ero sinceramente convinta che "Tabata" fosse il nome di una principessa indonesiana. Una donna elegantissima, con lunghi capelli lucidi, una postura impeccabile e una vita perfettamente sotto controllo, che attraversava giardini tropicali mentre qualcuno spargeva petali di fiori al suo passaggio. "Pilates", invece, nella mia immaginazione era chiaramente una signora spagnola molto chic, una di quelle persone che indossano pantaloni bianchi di lino senza sporcarsi mai, bevono tisane rilassanti senza ustionarsi la lingua e affrontano qualsiasi inconveniente con la serenità di chi non ha mai dovuto cercare disperatamente il telecomando tra i cuscini del divano.

Illustrazione ironica in bianco e nero di una donna con capelli ricci, occhiali e cuffie che immagina il Tabata come una principessa, il Pilates come una donna elegante e l'HIIT come un mostro buffo del fitness.
Quando ho iniziato ad allenarmi, ero convinta che Tabata fosse una principessa, Pilates una signora spagnola molto chic e HIIT il cattivo di un film horror. Per fortuna ho scoperto che erano molto meno pericolosi di quanto immaginassi.

 E poi c'era lui, il famigerato HIIT.

Che per me non era affatto un allenamento ad alta intensità. No. Era palesemente il parente inquietante di IT, il pagliaccio dei film horror. Una creatura misteriosa che emergeva dalle profondità per toglierti il respiro, farti sudare in parti del corpo di cui ignoravi l'esistenza e lasciarti sul pavimento a riflettere sulle decisioni che ti avevano condotto fino a quel preciso momento della tua vita.

A dire il vero, il problema non era soltanto che non conoscevo quel linguaggio. Il problema era che per anni avevo considerato il movimento, l'allenamento e perfino l'idea stessa di attività fisica come qualcosa che apparteneva agli altri. Era una di quelle cose che osservavo da lontano, come si osservano certi mondi che sembrano avere regole diverse dalle nostre. Mi ero raccontata così tante volte che non faceva per me da aver finito per crederci davvero.

Poi, però, qualcosa è cambiato.

Ho iniziato ad allenarmi a casa, nel modo più semplice e imperfetto possibile. Nella mia immaginazione questa decisione aveva qualcosa di eroico. Mi vedevo già determinata, disciplinata e quasi atletica. La realtà era decisamente meno cinematografica. Molto spesso assomigliava a una donna che cercava disperatamente di seguire un esercizio mentre contemporaneamente verificava che il tappetino non si stesse arrotolando sotto i suoi piedi con intenzioni chiaramente ostili.

La cosa più sorprendente, però, non è stata imparare il significato di termini che fino a poco prima avrei tranquillamente confuso con nomi di principesse o personaggi di fantasia. La vera scoperta è stata rendermi conto di quante cose avevo escluso dalla mia vita ancora prima di provarle. Per anni avevo deciso in anticipo cosa fosse adatto a me e cosa no, quali esperienze mi appartenessero e quali fossero riservate a qualcun altro.

Credo che lo facciamo tutti, in modi diversi.

Ci raccontiamo che non siamo portati per qualcosa. Che non abbiamo il carattere giusto, il fisico giusto, l'età giusta o le capacità giuste. Ripetiamo queste convinzioni così tante volte da trasformarle in certezze. E le certezze, quando restano troppo a lungo indisturbate, finiscono per diventare gabbie molto confortevoli.

Anch'io ero convinta che allenarsi significasse diventare una di quelle persone che sorridono durante gli squat come nelle pubblicità. Immaginavo individui perfettamente coordinati, motivati e probabilmente profumati anche dopo quaranta minuti di cardio. Pensavo che per iniziare fosse necessario possedere una versione migliore di me stessa. Più organizzata. Più forte. Più sicura. Più tutto.

Invece ho scoperto che allenarsi significa soprattutto presentarsi.

Presentarsi quando si ha voglia e quando non se ne ha.

Presentarsi quando il corpo collabora e quando sembra aver avviato una protesta sindacale.

Presentarsi quando ci si sente forti e quando ci si sente impacciati.

Presentarsi anche quando si possiede l'eleganza atletica di una mozzarella che sta cercando disperatamente di capire come funzioni una lezione di Pilates.

Da questo punto di vista devo riconoscere di avere un talento naturale. Se esistesse una disciplina olimpica dedicata all'esecuzione confusa degli esercizi mentre si cerca contemporaneamente di respirare, sopravvivere e comprendere cosa stiano facendo le proprie braccia, credo che avrei ottime possibilità di salire sul podio.

Allenarsi da soli, poi, apre scenari che nessuno racconta davvero. Ci sono giorni in cui ti senti fortissima, determinata e quasi sportiva. Ti guardi allo specchio e pensi che forse, dopotutto, stai imparando qualcosa. E poi ci sono quei momenti in cui passi dieci minuti a osservare un elastico fitness cercando di capire se debba essere infilato sotto i piedi, dietro la schiena o direttamente classificato come oggetto progettato per mettere alla prova la pazienza umana.

E infine c'è il Tabata.

Il Tabata è quella particolare esperienza esistenziale che dura pochissimo e riesce comunque a mettere in discussione l'intera condizione umana. Durante il Tabata attraverso una gamma emotiva sorprendentemente ampia. All'inizio prevale un prudente ottimismo. Poi arriva la fatica. Successivamente una forma di riflessione filosofica piuttosto intensa. Verso la fine entro in una dimensione quasi spirituale nella quale la frase "porca paletta" assume sfumature e significati sempre nuovi.

Ci sono esercizi durante i quali il mio corpo produce suoni che ricordano vagamente una conversazione tra balene particolarmente affaticate. E poi ci sono i plank. Quei trenta secondi che, secondo qualsiasi orologio esistente sulla faccia della Terra, dovrebbero durare trenta secondi ma che, per qualche inspiegabile anomalia spazio-temporale, assumono la consistenza di un intero inverno russo.

Eppure continuo.

Continuo perché, col passare dei mesi, ho capito che non mi sto allenando soltanto per cambiare il mio corpo. Mi sto allenando per restare dalla mia parte. Per dimostrarmi che posso imparare cose nuove anche adesso. Che posso sentirmi goffa senza rinunciare a provarci. Che posso non essere pronta e iniziare comunque. Che posso non essere perfetta e continuare ugualmente a camminare nella direzione che ho scelto.

Forse è proprio questa la scoperta più importante che mi ha regalato questo percorso. Non il significato del Tabata, che continuo a ritenere perfettamente adatto a una principessa, ma la consapevolezza che per tanti anni ho aspettato di sentirmi pronta per vivere. Aspettavo il momento giusto, il corpo giusto, la versione giusta di me stessa.

Oggi, invece, sto imparando a vivere mentre imparo.

E se ripenso alla donna che guardava il mondo del fitness come un territorio estraneo, non posso fare a meno di sorridere. Perché dentro questa versione di me che ride, suda, inciampa, si confonde con gli elastici e ripete "porca paletta" come un mantra motivazionale improvvisato, c'è una persona che ha finalmente smesso di aspettare il permesso di occupare il proprio spazio nel mondo.



Mentre oggi provo a fare plank senza evocare santi sconosciuti, penso spesso alla bambina che per anni aveva paura perfino di occupare spazio. 

Se ti va, puoi leggere la sua storia qui → La bambina che cercava di diventare invisibile.


Sto imparando.
E forse anche a volare. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Il peso del mare, il dono del vento

La sarta del cuore e la Signora Sleeve – Accettare il proprio corpo dopo la chirurgia bariatrica – Inizio lavori 21 Marzo 2024

Il Multiverso del manico di scopa