Per il buon gusto

Il confine sottile tra giudizio e pregiudizio quando un corpo fuori dai canoni decide di non nascondersi più 

Ci sono espressioni che sembrano innocue. Frasi leggere, educate, pronunciate con quel tono pacato di chi è convinto di stare semplicemente esprimendo un’opinione personale, quasi un consiglio dato con delicatezza. Eppure certe parole riescono ad avere un peso enorme proprio perché non si presentano mai come apertamente crudeli. Anzi, spesso si nascondono dietro modi gentili, dietro un’apparente eleganza che rende tutto più difficile da riconoscere.

Disegno stilizzato a matita di una donna con corpo fuori dai canoni che si osserva allo specchio

 
Per il buon gusto.”

È una frase che compare spesso quando un corpo decide di mostrarsi senza chiedere il permesso. Quando una persona con un corpo chiaramente fuori dai canoni estetici considerati accettabili sceglie di indossare qualcosa di aderente, un colore acceso, un costume al mare, oppure semplicemente smette di fare di tutto per diventare invisibile. Ed è proprio lì che il confine tra giudizio e pregiudizio diventa sottilissimo, quasi impercettibile, perché il problema raramente è davvero il gusto. Il problema, molto più spesso, è il disagio che certi corpi provocano nello sguardo degli altri.

Esistono corpi che la società considera rassicuranti e altri che invece sembrano costringere continuamente chi guarda a confrontarsi con qualcosa che preferirebbe ignorare. L’obesità, in questo senso, non viene percepita soltanto come una caratteristica fisica, ma come qualcosa che rompe un equilibrio visivo e culturale costruito attorno all’idea che la bellezza, per essere legittima, debba rispettare misure precise, proporzioni corrette e una certa idea di armonia socialmente approvata. E allora il giudizio cambia forma. Diventa più raffinato, più educato, quasi sofisticato. Non dice apertamente “quel corpo mi disturba”, perché sarebbe troppo brutale, troppo sincero. Preferisce rifugiarsi dentro parole apparentemente innocenti, trasformando un disagio personale in una questione estetica.

Così iniziano ad arrivare osservazioni che sembrano parlare di stile ma che, in realtà, parlano di accettazione. “Non valorizza.” “Non è elegante.” “Bisognerebbe avere un po’ di buon gusto.” Frasi che dette ad alta voce sembrano perfino ragionevoli, e forse è proprio questo che le rende così difficili da contestare. Perché non hanno il tono dell’insulto, ma quello della correzione. Non sembrano voler ferire apertamente, ma insegnare discretamente quali corpi abbiano il diritto di mostrarsi liberamente e quali invece dovrebbero restare più contenuti, più coperti, più discreti.

Eppure basta osservare meglio per accorgersi che spesso la stessa identica scelta estetica, su un corpo diverso, verrebbe definita sensuale, sicura di sé, persino coraggiosa. Perché ciò che cambia non è davvero il vestito. Cambia il livello di accettazione sociale concesso al corpo che lo indossa. Cambia la misura di libertà che viene considerata tollerabile.

Esiste una forma di pregiudizio molto raffinata che vive proprio qui, nascosta dentro la normalità dei commenti quotidiani, dentro quella premura sottile che molte persone scambiano per sensibilità. È il tipo di giudizio che non ha bisogno di alzare la voce, perché riesce perfino a sembrare civile. Ed è forse questa la sua forma più difficile da riconoscere. Perché il pregiudizio più doloroso non è sempre quello che colpisce frontalmente. A volte è quello che insegna lentamente alle persone a ridimensionarsi da sole, a controllarsi continuamente, a chiedersi se “possono permettersi” un vestito, una fotografia, una posa, un colore, perfino il diritto di sentirsi visibili.

Nel tempo molte persone imparano così a guardarsi attraverso gli occhi degli altri. Non scelgono più ciò che le rappresenta davvero, ma ciò che crea meno disagio intorno a loro. E senza quasi accorgersene iniziano a modificare il proprio modo di stare al mondo, a correggere posture, movimenti, abitudini, sorrisi, come se esistere dentro un corpo fuori dai canoni richiedesse continuamente una forma di compensazione silenziosa.

Perché il punto, in fondo, non è mai stato davvero il buon gusto.

Il punto è la libertà. La libertà di esistere dentro un corpo che non corrisponde alle aspettative senza sentirsi costantemente fuori posto. La libertà di mostrarsi senza trasformare ogni scelta estetica in una giustificazione morale. La libertà di non vivere il proprio corpo come qualcosa che debba essere continuamente reso più accettabile prima di meritare spazio, leggerezza o visibilità.

E forse è proprio questo che mette a disagio più di ogni altra cosa: vedere qualcuno smettere di vergognarsi. Perché nel momento in cui una persona decide di non nascondersi più, rompe silenziosamente un equilibrio costruito sull’idea che certi corpi debbano vivere con discrezione, quasi chiedendo scusa di occupare spazio.

Ma l’eleganza vera, forse, non ha nulla a che fare con la taglia di un corpo o con il diritto di indossare qualcosa. Ha a che fare con il modo in cui si guarda un altro essere umano senza trasformarlo continuamente in qualcosa da correggere. Ha a che fare con la capacità di distinguere l’estetica dal diritto di esistere serenamente dentro sé stessi.

E forse la forma più alta di rispetto non è insegnare alle persone come nascondersi meglio, ma smettere di farle sentire fuori posto solo perché hanno deciso di non diventare invisibili.

Ci sono giudizi che sembrano eleganti solo perché hanno imparato a vestirsi bene.




Sto imparando.

E forse anche a volare.



Per anni molte persone hanno imparato a occupare meno spazio possibile.
Di quella sensazione di invisibilità ne ho parlato anche qui

La bambina che cercava di diventare invisibile


Commenti

Post popolari in questo blog

Il peso del mare, il dono del vento

La sarta del cuore e la Signora Sleeve – Accettare il proprio corpo dopo la chirurgia bariatrica – Inizio lavori 21 Marzo 2024

Il Multiverso del manico di scopa