Le mani di mia nonna

Quando il cibo non era solo nutrimento, ma il modo più silenzioso e profondo di dire “ti voglio bene”

Mia nonna Assunta aveva mani che non stavano mai ferme. Mani piccole, veloci, consumate dal tempo e dalla vita, ma capaci di trasformare gesti semplicissimi in qualcosa che assomigliava incredibilmente alla cura. Per anni ho pensato che stesse semplicemente cucinando. Solo crescendo ho capito che dentro quei piatti c’era molto di più del cibo.

C’era il suo modo di amare. Le sue giornate iniziavano presto, spesso nel silenzio di una cucina ancora fredda, con quella familiarità antica fatta di pentole, grembiuli, odore di caffè e movimenti ripetuti migliaia di volte senza perdere mai delicatezza. Eppure non ricordo quasi nulla delle ricette precise. Ricordo invece perfettamente la sensazione che dava stare lì. La sensazione di essere al sicuro.

Ritratto in bianco e nero di nonna Assunta, simbolo dell’amore e della cura attraverso il cibo e la famiglia
Nonna Assunta.
La donna che ha trasformato il cibo in una forma silenziosa d’amore.
 
Perché mia nonna Assunta apparteneva a quella generazione di donne che non dicevano facilmente “ti voglio bene”, ma riuscivano a farlo arrivare ovunque attraverso quello che preparavano per gli altri. Ogni piatto sembrava contenere un’attenzione silenziosa, quasi una forma di protezione. “Mangia.” Era una parola semplice, quotidiana, apparentemente normale. Ma dentro quel “mangia” c’erano mille cose insieme:

Come stai?”, “Ti vedo stanca”, “Non voglio che ti manchi niente”, “Lascia che almeno questo io possa farlo per te.”

E forse è anche per questo che il rapporto con il cibo, crescendo, diventa qualcosa di molto più complicato di una semplice questione alimentare. Perché certe persone hanno intrecciato l’amore ai profumi della cucina in modo così profondo che separarli sembra quasi un tradimento.

Quando si parla di equilibrio alimentare, di cambiamento, di rinascita, raramente si parla abbastanza di questa parte emotiva. Del fatto che per molte persone il cibo non è stato soltanto nutrimento, ma memoria, presenza, famiglia.

Le mani di mia nonna Assunta raccontavano proprio questo.

Raccontavano una donna che probabilmente aveva imparato a prendersi cura degli altri molto prima di imparare a prendersi cura di sé stessa. Una donna che misurava l’amore attraverso i piatti pieni, le porzioni abbondanti, il bisogno quasi ostinato di vedere le persone sedute a tavola.

E oggi, mentre provo a costruire un rapporto diverso con il cibo, mi accorgo che la parte più difficile non è stata soltanto cambiare abitudini. È stato imparare a non sentirmi in colpa nel farlo. Perché per molto tempo alleggerire un piatto sembrava quasi alleggerire un ricordo, tradire una forma d’amore ricevuta.

Poi però si cresce. E si capisce che l’amore vero non vive nelle quantità. Vive nelle intenzioni.

Vive in quelle mani che per anni hanno preparato cura senza chiamarla mai così.

Ci penso spesso oggi a mia nonna Assunta. Ci penso quando cucino qualcosa solo per prendermi cura di me stessa. Quando provo a costruire un equilibrio nuovo senza rinnegare il passato. Quando capisco che si può cambiare anche senza cancellare ciò che ci ha fatto sentire amati.

Perché il problema non è mai stato il cibo.

Il problema, forse, è che certe persone hanno amato così profondamente attraverso di lui da renderlo inseparabile dal concetto stesso di casa.

E allora alcuni sapori continuano a commuovere più di quanto riescano davvero a nutrire. Perché dentro certe ricette non ci sono solo ingredienti. 

Ci sono mani.

Le sue.

Forse alcuni sapori restano dentro di noi così a lungo perché non parlavano solo di cibo. Parlavano d’amore.




Sto imparando.

E forse anche a volare.






Ci sono amori che continuano a prendersi cura di noi anche molti anni dopo, attraverso ricordi, gesti e profumi che non dimentichiamo mai.
Del legame tra famiglia e rinascita ne ho parlato anche qui:

La famiglia che mi ha insegnato a volare


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