Smettere di inseguirmi
Non è successo all’improvviso
A un certo punto smetti di inseguirti. Non succede con un colpo di scena, non c'è una musica di sottofondo né un momento epico da ricordare. È qualcosa di molto meno cinematografico e molto più reale: semplicemente ti stanchi. Ti stanchi di rincorrere una versione di te che, puntualmente, cambia forma proprio quando pensi di averla finalmente raggiunta.
Io, per esempio, ne ho collezionate diverse. Versioni di me intendo. Quella disciplinata, quella che "stavolta faccio sul serio", quella "che da lunedì cambia tutto", quella che "da settembre rinasce", quella che "dopo le feste diventa una persona nuova". A un certo punto mancava solo la versione “da domani giuro che è l’ultima volta che ricomincio”… e poi ricominciavo lo stesso.
Spoiler: nessuna di loro è mai rimasta.
E non perché mancassi di volontà, quella, anzi, ce l'ho sempre avuta in quantità quasi imbarazzante, ma perché stavo cercando di diventare qualcuno invece di capire chi ero. È una differenza sottile, ma cambia tutto. Come cercare di arredare una casa in cui non vivi davvero: puoi anche renderla bellissima, ma resterà sempre un posto un po’ estraneo.
A un certo punto quella stanchezza ha iniziato a farsi sentire davvero. Non quella del corpo, ma quella che ti prende dentro, quando capisci che stai facendo sempre lo stesso giro, solo con scarpe diverse. Continuavo a bussare alla stessa porta aspettando che, prima o poi, si aprisse su qualcosa di nuovo. La verità è che dall’altra parte non c'era nessuno. O forse c'ero io, ma non avevo ancora deciso di ascoltarmi.
Così un giorno non ho più bussato. Non per coraggio, sia chiaro. Più che altro per esaurimento. Mi sono fermata lì, senza un piano B, senza una strategia alternativa, senza nemmeno una frase motivazionale da ripetermi per convincermi che "andrà meglio". E, cosa ancora più strana, non ho provato subito a sistemarmi.
Ho provato a restare.
Che, detto così, sembra una cosa semplice. In realtà è una delle più difficili che abbia mai fatto. Perché restare significa sentire. E quando smetti di distrarti, di riempire, di rimandare, quello che senti non sempre è piacevole. Anzi, a volte è un gran casino. Un insieme di pensieri, paure, vecchie abitudini che tornano a galla come se avessero sempre avuto ragione loro.
Ci sono stati momenti in cui avrei dato qualsiasi cosa per tornare alla versione di me che almeno ci provava con entusiasmo. Quella che faceva liste, programmi, buoni propositi. Era faticosa, sì, ma almeno dava l’illusione di avere il controllo. Restare, invece, ti toglie anche quella.
Eppure, proprio lì, qualcosa ha iniziato a cambiare. Non fuori, dove per un pò non è cambiato praticamente niente, ma dentro. Ho iniziato a guardarmi senza intervenire subito, senza correggere, senza giudicare ogni cosa come giusta o sbagliata. Ho iniziato, lentamente, a vedere.
E quello che vedevo non era perfetto. Non era lineare, non era ordinato, e di certo non era pronto per essere mostrato al mondo. Ma era vero. Ed era la prima volta che la verità non mi faceva scappare.
Ho capito che sotto tutti i tentativi, sotto tutte le regole che mi ero imposta, c'era una parte di me che non voleva essere aggiustata. Voleva essere ascoltata. Non chiedeva disciplina, né controllo, né l’ennesima versione migliore. Chiedeva spazio. E io, per la prima volta, gliel'ho dato.
Non è stato un gesto eclatante. Non ho fatto grandi dichiarazioni. Ho semplicemente smesso di riempire ogni vuoto e ho iniziato a starci dentro. Nei giorni storti, nelle pause, nei momenti in cui non sapevo cosa fare di me. Ho lasciato spazio anche a quella voce che mi diceva di non essere abbastanza, senza zittirla subito. E, cosa sorprendente, quando ha smesso di essere ignorata, ha smesso anche di urlare.
Il cambiamento, se devo essere onesta, non è stato spettacolare. Nessuna trasformazione da prima e dopo, nessuna rivelazione improvvisa. Piuttosto una crepa. Piccola, quasi invisibile, ma sufficiente per lasciare entrare un po’ di luce. Non quella luce che risolve tutto, ma quella che basta per non inciampare.
E lì ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai detto chiaramente: non si tratta di diventare una persona nuova. Si tratta di riconoscersi. Di smettere di inseguire un’idea e iniziare a stare dentro quello che c'è, anche quando non è come lo volevi, anche quando non è perfetto.
Restare non è arrendersi. È smettere di scappare.
Se anche tu sei in quel punto un pò scomodo, tra il voler cambiare e il non sapere da dove iniziare, forse non devi fare molto di più. Forse devi solo fermarti un attimo. Non per sistemare tutto, non per capire tutto subito. Solo per restare. Anche male, anche incerto, anche a metà.
Io sto imparando così. Senza effetti speciali, senza versioni perfette, con qualche caduta ancora inclusa nel pacchetto.
Sto imparando.
E forse, anche così, sto iniziando a volare.
Se ti va, non rispondere come si risponde di solito. Non cercare la frase giusta, né quella più giusta da dire. Fermati un momento. E dimmi questo: dove sei adesso, davvero? Non dove vorresti essere. Non dove pensi di dover arrivare. Dove sei. Anche se è confuso. Anche se è a metà. Anche se non ha ancora un nome.

Commenti
Posta un commento