Prendersi cura di sé è un lavoro. Senza ferie.


Non lo avevo messo in conto.

Dopo che smetti di inseguirti, succede una cosa che nessuno ti racconta. Non diventa tutto più semplice. Diventa più vero. E il vero, spesso, richiede una quantità di energia che non avevi previsto. Perché a un certo punto capisci che prenderti cura di te stessa non è un momento, non è una fase, non è nemmeno una buona intenzione da tirare fuori quando hai tempo.

È un lavoro. E non uno qualsiasi. Un secondo lavoro. Senza ferie, senza pausa pranzo, senza la possibilità di dire “oggi non ho voglia”.

Io, sinceramente, pensavo fosse più romantico. Pensavo che a un certo punto avrei trovato una specie di equilibrio naturale, una fluidità nuova, qualcosa che scorresse senza troppa fatica. Come nei libri, quando la protagonista finalmente “si sceglie” e da lì in poi tutto prende una forma più gentile.

E invece no.

Invece ti ritrovi a fare i conti con te stessa ogni giorno. Con quello che scegli di mangiare, con quello che scegli di pensare, con quello che scegli di fare anche quando nessuno ti guarda. E lì capisci che non è una questione di perfezione, ma di presenza.

Prendersi cura di sé non è solo volersi bene quando va tutto bene. È ricordarselo quando sei stanca, quando sei nervosa, quando la soluzione più facile sarebbe tornare indietro. È dire "ok, oggi non sono al massimo, ma resto comunque dalla mia parte".

E, diciamolo, è anche tremendamente poco instagrammabile.

Perché la cura vera non è fatta di momenti belli. È fatta di scelte ripetute, di piccoli gesti che non fanno rumore, di quella disciplina silenziosa che nessuno applaude. È fatta di giorni in cui non hai voglia e lo fai lo stesso. Di altri in cui sbagli e invece di mollare ricominci, senza trasformare tutto in un dramma esistenziale.

Io ho scoperto che prendermi cura di me richiede una costanza che non sapevo di avere. E anche una pazienza che, onestamente, non avevo mai coltivato. Perché è facile voler cambiare quando sei motivata. È molto meno facile restare quando la motivazione sparisce e resta solo la realtà.

E la realtà è che non c'è un punto in cui "arrivi". C'è un punto in cui scegli di restare. Ogni giorno.

Anche quando è scomodo. Anche quando è noioso. Anche quando nessuno vede i risultati e tu sei la prima a dubitarne.

E qui entra l’autoironia, che è forse la cosa che mi sta salvando più di tutte. Perché sì, sto imparando a prendermi cura di me, ma nel frattempo continuo a essere quella che ogni tanto apre il frigorifero senza sapere bene cosa cercare, che si promette "oggi vado a dormire presto" e poi si ritrova a pensare troppo alle undici e mezza, che si incastra nei propri pensieri e poi deve fare marcia indietro come in un parcheggio stretto.

La differenza, però, è che adesso non mi tratto più come un errore. Mi tratto come un processo. E un processo richiede tempo, attenzione, presenza. Richiede di esserci anche quando non è perfetto, anche quando non è lineare, anche quando vorresti solo delegare tutto a una versione di te più organizzata che, spoiler, probabilmente non arriverà mai.

Prendersi cura di sé non è un gesto eroico. È una scelta quotidiana, ripetuta, a volte anche un pò testarda. È decidere, ogni giorno, di non lasciarsi indietro. E forse è proprio questo il punto. Non diventare qualcuno di migliore. Ma smettere, finalmente, di abbandonarsi.

Se ti va, dimmi questo: in quale momento della giornata fai più fatica a restare dalla tua parte?

Sto imparando.
E forse anche così, un po’ alla volta, sto continuando a volare.

 

 

 


 



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