Prendersi cura di sé (anche quando costa): tra etichette, scelte e piccoli compromessi


Illustrazione simbolica di una persona circondata da etichette nutrizionali e simboli economici, che rappresentano la difficoltà di mantenere un’alimentazione equilibrata dopo un intervento bariatrico

Prendersi cura di sé non è solo una scelta, a volte è un equilibrio tra ciò che sarebbe giusto e ciò che è possibile.

C’è una parte del percorso che ho intrapreso dopo l’intervento di sleeve di cui si parla poco, forse perché è meno visibile, meno raccontabile, meno “fotografabile” rispetto ad altre. È quella che riguarda il prendersi cura di sé ogni giorno, concretamente, attraverso il cibo. Non il cibo in senso emotivo, simbolico o narrativo, ma quello reale, quello che si compra, si cucina, si sceglie quando si è stanche, quando si ha fretta, quando si cerca di fare la cosa giusta senza sempre riuscirci nel modo ideale.

Perché a un certo punto ti rendi conto che non basta aver fatto una scelta importante per il proprio corpo per rendere tutto automaticamente più semplice. Anzi, sotto certi aspetti, diventa più complesso. Perché ora quella cura non è più rimandabile, non è più qualcosa che puoi trattare con superficialità o improvvisazione, ma diventa una presenza costante, quotidiana, fatta di decisioni piccole e continue. E dentro queste decisioni entra, inevitabilmente, anche un elemento molto concreto: il costo.

Si parla spesso di alimentazione equilibrata come se fosse una formula lineare, quasi neutra, qualcosa che dipende esclusivamente dalla volontà e dalla costanza. Si elencano gli alimenti giusti, si costruiscono piatti ideali, si disegna un modello che sulla carta funziona perfettamente. Poi però entri in un supermercato e quella teoria incontra la realtà, e la realtà ha prezzi, priorità, limiti, compromessi.

Mi sono trovata più volte davanti agli scaffali a fare ragionamenti che non avevano nulla di teorico, ma tutto di estremamente pratico. Non era più solo una questione di cosa sarebbe stato meglio mangiare, ma di cosa fosse possibile scegliere mantenendo un equilibrio anche con il resto della vita. Perché scegliere qualità ha un peso, e quel peso non è solo nutrizionale ma anche economico, e ignorarlo significherebbe raccontare una versione incompleta, quasi ingenua, di cosa significa davvero prendersi cura di sé.

E allora succede qualcosa di molto umano e, se vogliamo, anche un po’ ironico. Ti ritrovi a fare una sorta di contrattazione silenziosa con te stessa, cercando di tenere insieme l’intenzione di fare bene e la necessità di rimanere dentro a ciò che è sostenibile. Non è una resa, non è mancanza di impegno, è piuttosto un continuo aggiustamento, una ricerca di equilibrio che non è mai perfetto ma è reale.

Ci sono momenti in cui riesci a scegliere esattamente ciò che vorresti, in cui senti di essere allineata con quell’idea di cura che avevi in mente, e altri in cui devi adattarti, ridimensionare, trovare alternative. E in questi momenti è facile cadere in una lettura un po’ severa di sé, come se ogni deviazione fosse un errore, come se non riuscire a mantenere uno standard ideale significasse non essere abbastanza disciplinata, abbastanza attenta, abbastanza capace.

Ma c’è un altro livello, ancora più silenzioso, che entra in gioco dopo un intervento come la sleeve, ed è quello legato a tutto ciò che non si vede nel piatto ma che diventa comunque parte integrante della cura: gli integratori, l’alimentazione specifica, le attenzioni mirate che non sono più opzionali ma necessarie.

Perché quando il corpo cambia, cambia anche il modo in cui assorbe, utilizza, richiede. E quello che prima poteva essere coperto con una dieta più o meno equilibrata, dopo richiede una precisione diversa, una continuità diversa, una responsabilità che non puoi delegare al caso. Vitamine, proteine, integrazioni mirate diventano una presenza costante, quasi invisibile ma fondamentale, e anche qui entra, di nuovo, la realtà concreta dei costi.

Non è solo “comprare qualcosa in più”, è inserire nella propria quotidianità una serie di elementi che hanno un peso economico costante, che si somma a tutto il resto. E anche qui si apre uno spazio delicato, fatto di scelte, di priorità, di compromessi silenziosi che nessuno vede ma che accompagnano ogni mese, ogni acquisto, ogni decisione.

Ed è proprio in questo punto che ho iniziato a capire quanto sia importante avere accanto dei professionisti che sappiano guardare davvero la persona nella sua interezza. Non solo il corpo, non solo i valori nutrizionali, non solo ciò che sarebbe ideale in teoria, ma anche ciò che è sostenibile nella pratica.

E in questo, lo ammetto, ho avuto una fortuna particolare. Perché accanto a me c’è stata la dottoressa Manuela Palazzi, che ha avuto il coraggio, o forse la pazienza, di accompagnarmi anche nella parte più… creativa del mio percorso.

Perché se qualcuno potesse leggere le conversazioni che le mandavo, probabilmente penserebbe a un progetto di ricerca un po’ caotico. Foto di etichette nutrizionali scattate in equilibrio precario tra uno scaffale e l’altro, messaggi tipo “questo è meglio o questo mi rovina la vita?”, percentuali cerchiate, proteine sottolineate, zuccheri guardati come se stessimo analizzando un caso clinico complesso. Credo di averle inviato più tabelle nutrizionali io che alcune aziende ai loro fornitori.

Eppure dentro quel modo un po’ disordinato, anche un po’ ironico, di affrontare la cosa, stava succedendo qualcosa di molto più importante di quanto sembrasse. Non stavo solo chiedendo conferme, stavo imparando. Stavo costruendo, pezzo dopo pezzo, uno sguardo diverso. Stavo passando dal “dimmi cosa devo mangiare” al “inizio a capire cosa sto scegliendo”.

Perché a un certo punto quelle etichette non erano più solo numeri messi lì a complicare la spesa, ma diventavano uno strumento. Un linguaggio. Un modo per leggere ciò che prima ignoravo completamente. E senza accorgermene, quella che all’inizio era una dipendenza dal parere di qualcuno, si è trasformata in una capacità autonoma di orientarmi.

E forse questo è il risultato più grande, quello meno visibile ma più solido. Non tanto aver seguito alla perfezione ogni indicazione, ma aver imparato a scegliere. Aver sviluppato una consapevolezza che non si basa su regole rigide ma su una comprensione più profonda, più personale.

Perché prendersi cura di sé, alla fine, passa anche da lì. Da quei simboli piccoli sulle confezioni, da quelle percentuali che all’inizio sembrano incomprensibili e poi diventano familiari. Passa dalla possibilità di guardare qualcosa e sapere, più o meno, cosa stai mettendo nel tuo corpo, senza bisogno di sentirti sempre persa o inadeguata.

E forse, in tutto questo, c’è anche una forma di ironia che aiuta a non prendersi troppo sul serio, a non trasformare ogni scelta in un esame. Perché sì, continuo a guardare le etichette, continuo a fare confronti mentali mentre faccio la spesa, ma ora lo faccio con uno sguardo diverso, meno ansioso, più consapevole.

Non è l’equilibrio perfetto, non è quello che si racconta nei modelli più ordinati, ma è un equilibrio che tiene, che accompagna, che permette di andare avanti senza esaurirsi nel tentativo di essere all’altezza di qualcosa di irraggiungibile.

E dentro questo percorso, forse, prendersi cura di sé significa anche questo: riconoscere che fare del proprio meglio, con quello che si ha, nel momento in cui si è, è già una forma profonda e concreta di rispetto.

Se ti sei ritrovata anche solo in una parte di tutto questo, se anche tu ti sei scoperta davanti a uno scaffale a fare conti che non sono solo numeri ma pezzi di vita, se anche tu stai cercando un equilibrio che non sia perfetto ma possibile, allora raccontamelo.

Mi piacerebbe sapere come ti prendi cura di te, quali compromessi hai imparato a fare senza sentirti meno, quali piccole strategie ti aiutano a restare dentro questo percorso senza perderti.

Perché forse la parte più bella di tutto questo non è fare tutto giusto, ma smettere di sentirsi sole mentre si impara a farlo come si può.

 

Sto imparando.

E forse anche a volare. 





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