Il corpo cambia. Lo sguardo no.

Figura appena abbozzata circondata da etichette di taglie che fluttuano, simbolo del divario tra cambiamento del corpo e percezione di sé

Ci sono cambiamenti che si vedono. E altri che restano indietro. 

 

Il corpo cambia. Lo dicono tutti come se fosse la parte più difficile, come se il lavoro fosse tutto lì: mangiare meglio, muoversi di più, resistere, tenere duro. Come se, una volta cambiato quello, il resto si sistemasse da solo. In realtà è solo una parte, e nemmeno la più complessa.

Perché il corpo cambia, ma il modo in cui ti guardi no, o almeno non subito. Io me ne sono accorta piano, non nel momento in cui qualcosa era diverso, ma in quelli in cui continuavo a comportarmi come se non lo fosse. Gli stessi gesti, le stesse esitazioni, lo stesso modo di entrare in una stanza cercando di occupare meno spazio possibile, come se niente fosse cambiato davvero.

E la cosa più strana è che non lo fai apposta, non è una scelta consapevole. È più simile a un riflesso che hai imparato senza accorgertene. Per anni ti sei vista in un modo, ti sei raccontata con certe parole, ti sei costruita intorno a limiti che, a un certo punto, smetti anche di mettere in discussione. E quando qualcosa cambia fuori, dentro resta tutto uguale.

Lo capisci nelle cose più semplici, quelle che nessuno vede e che non racconti nemmeno, perché sembrano troppo piccole per avere un peso.

Succede, per esempio, quando entri in un negozio. Non guardi davvero tutto quello che c’è. L’occhio va diretto lì, nello stesso punto di sempre, verso le taglie di sempre, come se il tuo posto fosse ancora quello e non ci fosse nulla da rivedere. Le altre le sfiori appena, quasi distrattamente, e quelle più piccole non le consideri nemmeno. Non perché non ti piacciano, ma perché dentro hai già deciso per te: non ci entrerò mai.

È una frase veloce, silenziosa, automatica. Non la metti nemmeno in discussione. Ti precede. Ti evita perfino la possibilità di sbagliarti.

Poi, a volte, succede qualcosa di diverso. Senza grandi preparazioni, senza un momento preciso in cui decidi di cambiare atteggiamento. Magari per curiosità, o perché qualcuno insiste, o semplicemente perché per un attimo abbassi la guardia, prendi una taglia diversa. Non quella che scegli sempre. Una di quelle che fino a poco tempo prima nemmeno guardavi.

La porti in camerino senza aspettative, anzi, quasi con l’idea di confermare quello che già pensi di sapere. La provi. E ci entri.

Non in modo perfetto, non come nelle immagini che hai in testa, non come pensavi dovesse essere. Ma ci entri. E in quel momento succede qualcosa di difficile da spiegare fino in fondo.

Sorridi, ma è un sorriso trattenuto, quasi incredulo, come se non fossi del tutto sicura di poterti fidare di quello che vedi. È un sorriso che arriva piano, come se dovesse chiedere il permesso di esistere. Una parte di te è contenta, lo sente chiaramente, ma un’altra resta indietro, in attesa, come se dovesse ancora verificare che sia tutto vero, che non sia un errore, che qualcuno non arrivi a dirti che hai preso la taglia sbagliata, che non vale davvero. E invece no. È proprio quella.

Eppure, anche in quel momento, non cambia tutto. Non si aggiorna subito il modo in cui ti vedi. Il corpo sembra andare avanti, ma lo sguardo resta indietro. Continui a guardarti con gli occhi di prima, a misurarti con parametri vecchi, a muoverti dentro un’immagine che non ti rappresenta più, ma che conosci così bene da continuare a usarla.

Non perché vuoi restare lì, ma perché quella versione la conosci. Era scomoda, sì, ma era familiare, e la familiarità a volte pesa più della verità.

È lì che capisci che cambiare non è solo una questione di corpo. Non è solo perdere peso o migliorare qualcosa di visibile. È imparare a stare in qualcosa di nuovo senza tornare continuamente indietro, è aggiornare lo sguardo su di sé, ed è una cosa che richiede tempo, più di quanto si immagini.

Perché non basta vedersi diversi. Bisogna iniziare a crederci, e questa è una parte che non si risolve in un momento preciso. Succede piano, in passaggi piccoli, quasi invisibili, quando per una volta non ti nascondi, quando non ti ridimensioni automaticamente, quando smetti di chiedere scusa per lo spazio che occupi.

Io non ho ancora imparato del tutto. Ci sono momenti in cui torno indietro, in cui mi vedo ancora con gli occhi di prima, in cui mi parlo come se nulla fosse cambiato. Ma adesso, almeno, me ne accorgo, e questo fa una differenza enorme.

Perché forse il punto non è diventare una versione nuova di sé, ma smettere di vivere come se si fosse ancora quella vecchia.

Se ti va, fermati un attimo e chiediti, senza fretta: quando ti guardi, cosa vedi davvero? Quello che sei oggi, oppure quello che sei stata per troppo tempo?

 

Sto imparando.

E forse anche a volare. 



Commenti

  1. Incredibilmente pennellata la sensazione che un automatico ti porta dove sei sempre stata. Dove ti riconosci dove paradossalmente ti senti al sicuro. E quando poi, per la prima volta, ti spingi oltre la sensazione è strana, surreale. Non sei convinta, non sai se essere felice o se quella felicità ti turba. Profondamente. Perché il nuovo, anche se lo hai cercato, rincorso da sempre, più o meno consapevolmente, spaventa sempre un po'.

    RispondiElimina
  2. È proprio così.
    A volte non è il cambiamento a spaventare, ma il fatto di non riconoscersi più.
    Quella sensazione sospesa, a metà, credo sia il passaggio.
    Non più quello che si era, non ancora quello che si sta diventando.
    Grazie per averlo scritto così bene. ♥️

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Il peso del mare, il dono del vento

La Sarta del Cuore e la Signora Sleeve – Inizio lavori 21 Marzo 2024

Il Multiverso del manico di scopa