Cronache di un Budino: Quando la Gelatina Diventa Acciaio

 Se chiudo gli occhi e immagino il momento in cui i miei genitori decisero di "inoltrare l'ordine" per il loro primo figlio, la mia mente vola subito alle scene di Baby Boss. Vedo una fabbrica sospesa tra le nuvole, dove i neonati sfrecciano su nastri trasportatori, pronti per essere equipaggiati con il kit di sopravvivenza esistenziale.
Credo che il mio nastro abbia avuto qualche problema tecnico. Sono passata cinque volte sotto l'erogatore della timidezza, quattro sotto quello della capacità di osservazione e un paio sotto quello della permalosità. Ma il vero ingorgo è avvenuto al reparto "massa corporea": il nastro si è bloccato lì, in un loop infinito. Ricordo di aver chiesto a una cicogna di passaggio se fosse normale tutta quella scorta, ma lei, con un gesto di sufficienza, mi rispose: «Piccoletta, rilassati: qui sanno quello che fanno!».
Non ebbi tempo di ribattere. Un pannolino di stoffa, un ciuccio in bocca, una pacca sul sederino e via, giù per il tubo. Era il 30 giugno 1971, ore 01:35: arrivavo nella famiglia Toti, prima figlia e prima nipote, convinta che lassù avessero fatto un lavoro di precisione.
Crescendo, però, mi accorsi di avere qualcosa in più rispetto agli altri. Acume? Intelligenza? No, signori: avevo la ciccia che lievitava con una solerzia sospetta. Mia nonna esultava — «Grasso è bello, è salute!» diceva e io per un po’ ci ho pure creduto. Poi però capisci che in quella fabbrica tra le nuvole avevi mancato completamente un distributore: quello dei muscoli. Ero un budino che cercava di correre, un’auto "modello base" (anzi, meno) con il fiato così corto da arrendersi al primo scalino.
Passano gli anni e i medici iniziano a diagnosticarmi la "grassezza" come fosse una scoperta archeologica, finché la parola è diventata "obesa": un mostro a quattro teste con 400 chili di macigni sul cuore. Ho vissuto stagioni intere a cavallo di uno yo-yo impazzito: perdevo chili e poi li ritrovavo tutti, insieme a quelli smarriti dagli altri. Ero un investimento più fruttifero dei Buoni del Tesoro, ma rigorosamente in negativo.
Finché il nastro dello yo-yo si è spezzato e io sono precipitata. Mi sono ritrovata in sala operatoria e, tra i fumi dell’anestesia, sono tornata in quella fabbrica tra le nuvole. Ho rivisto la cicogna e questa volta le ho urlato un sentito: «Ehi piccoletta, ma vaffanculo!». Ho guardato bene i distributori: ho schivato la rabbia, ho fatto il pieno di sorrisi e, davanti a quello del grasso, ho inchiodato: «Mo’ basta!». Stavo correndo verso i muscoli quando la voce dell’anestesista mi ha riportata a terra: «Mariassunta! Sveglia!».
Il ritorno alla realtà è stato un bombardamento di formule della dietologa. Poi, la sentenza: «Mari, devi fare movimento per la massa muscolare». Mi sono bloccata. Come potevo dirle che io, i muscoli, non li avevo mai avuti in dotazione?
Ho evitato le palestre piene di "tizi-furgone" e mi sono affidata al web. Ho trovato Rosa e Paula, due ragazze spagnole che sorridevano e dicevano: «Fai al tuo ritmo». A maggio ho deciso di scriverle: "Vediamo che succede". Mi hanno risposto subito e mi hanno conquistata con la loro energia pura, senza farmi sentire mai fuori posto. Grazie a Google Translate abbiamo abbattuto i muri e hanno creato per me i primi allenamenti personalizzati.


È passato più di un anno da allora. I mesi sono volati: la mia "piuma" iniziale è diventata un manubrio da 4 chili e gli allenamenti sono diventati un rito quotidiano. Poi, un giorno, camminando, ho sentito una strana sensazione ai miei paesi bassi. Pensavo fosse il pantalone stretto. Invece no: il pantalone era largo, ma sotto... sotto sentivo un acciaio timido che tirava. Mi sono fermata e ho sorriso. Quell’auto "modello base" si era finalmente equipaggiata con un optional di lusso proprio lì, nei "paesi bassi". Dopo una vita a sentire il budino muoversi incontrollato, scoprire un timido accenno di solidità è una rivelazione. Superman si sarà sentito così quando ha scoperto di essere invulnerabile. Io, per ora, ho solo il culo d’acciaio. Timido, d'accordo, ma dopo un anno di fatica, è tutto mio. 
Non importa quanto il nastro trasportatore della vita sembri averci consegnato "difettosi" o incompleti. C'è sempre un momento in cui possiamo decidere di tornare in quella fabbrica, mandare a quel paese la cicogna e andarceli a prendere da soli, i pezzi che ci mancano. La bellezza non sta nell'essere un modello di serie, ma nel coraggio di ricostruirsi, un muscolo (e un sorriso) alla volta. Un grazie infinito a Rosa e Paula: per aver avuto la pazienza di scuotere il mio budino esistenziale finché non ha deciso di restare fermo. Grazie a voi ho capito il miracolo della fisica: che con la giusta energia (e un po' di Google Translate), anche la gelatina può ambire alla fermezza del titanio. O almeno, a un culo che non trema più a ogni battito di ciglia! Promessa mantenuta.
E tu, quale "pezzo mancante" sei andata a riprenderti con fatica e orgoglio? Raccontami la tua trasformazione nei commenti! Oppure

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