Il Peso che Non Porto Più

Ho dichiarato guerra alle mie grucce. Non è stato un colpo di testa, ma una resa incondizionata alla realtà: il mio armadio era diventato il museo di una me stessa che non abita più qui. Un archivio di "uniformi della prudenza" che ho deciso, finalmente, di smantellare. Svuotare l’armadio, ammettiamolo, è un’operazione ad alto rischio emotivo; è come fare un’autopsia alla propria timidezza. Per anni ho accumulato strati su strati, convinta che il cotone potesse fare da scudo e il denim da trincea.

Prendete i miei maglioni, per esempio. Quelli oversize, infiniti, con le maniche che coprivano persino le nocche. Li sceglievo con una precisione quasi scientifica: dovevano essere abbastanza larghi da contenere non solo il mio corpo, ma anche i miei dubbi e quella voglia costante di sparire dentro una nuvola di lana tricot. Erano il mio guscio portatile, una tana morbida in cui rintanarmi quando il mondo fuori alzava troppo la voce. Mi facevano sentire al sicuro, sì, ma mi rendevano anche una macchia informe nel paesaggio. Un fantasma di lana cotta.

E poi i jeans. Quei modelli "di sicurezza", né troppo stretti per non osare, né troppo eleganti per non spiccare. Erano la mia armatura quotidiana, rigidi e rassicuranti come un muretto a secco. Li indossavo per marcare il territorio, per dire: "Io sono qui, ma non avvicinatevi troppo". Per anni ho pensato che quei vestiti fossero i miei migliori amici. Non capivo che erano i carcerieri di una corazza che mi ero costruita con una pazienza certosina. 

Ma la vita, si sa, ha il vizio di insistere. I passi che ho compiuto — quelli incerti, quelli claudicanti e quelli finalmente fieri — hanno logorato quel metallo invisibile delle fibre. La mia armatura si è assottigliata, grattata contro gli spigoli della consapevolezza, fino a diventare un velo di stoffa lacerata. E sapete cosa? Da quegli strappi, tra una fibra di lana e l’altra, ora entra l’aria. Sento sulla pelle una brezza che sa di nuovo, di orizzonti che non hanno più paura di essere guardati negli occhi.

Per potermi ritrovare ho dovuto accettare di perdermi tra scatoloni di dubbi e scaffali pieni di "e se poi me ne pento?". Ma non c’è spazio per il pentimento quando finalmente riesci a respirare senza il peso di tre taglie in più di paura. Ora è tempo di ricomporre la mia immagine, un frammento alla volta, partendo proprio dal vuoto che lasciano queste grucce. Senza questo "sfratto", non potrei mai fare spazio alla luce.

Quindi, cari vecchi maglioni-tana e jeans-scudo, vi guardo con un pizzico di autoironia e molta gratitudine. Grazie per avermi tenuta al caldo quando il gelo era fuori, ma adesso siete solo zavorra. Vi saluto con un sorriso e faccio spazio a un vestito che abbia il coraggio di dire chi sono davvero. Nessun limite, nessuna fodera: solo la scoperta che, una volta tolta l'armatura, ho finalmente imparato a volare.

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