Due Anime e un Paio di Jeans: Il Condominio del Cuore
Riguardavo "This Is Us".
Una famiglia americana così perfetta nella sua imperfezione, tra
lacrime fotogeniche e torte di mele lasciate a raffreddare sul
davanzale. C'è una scena, però, che mi è rimasta sospesa nel respiro,
proprio lì dove il cuore fa a pugni con la gola: una stanza spoglia, un
cerchio di sedie e quel rituale della condivisione che somiglia a una
preghiera laica. Persone in guerra col proprio riflesso che si alzano
per confessare fragilità trasbordanti. Una sorta di "Alcolisti Anonimi"
dello spirito, dove ogni parola serve a puntellare la volontà
dell'altro.
In
quel cerchio che profuma di caffè scadente e verità crude, ho
incrociato lo sguardo di una delle protagoniste: trentacinque anni e un
corpo che pesa quanto un segreto troppo grande. È quel dolore muto,
sapete? Quello che ti fa sentire sempre l’invitata sbagliata alla festa
della vita, quella che entra in una stanza e conta istintivamente le
sedie, sperando che quella di plastica non scricchioli troppo sotto il
peso di un'esistenza ingombrante.
Guardandola,
mi sono chiesta: la Mariassunta di qualche anno fa avrebbe avuto il
coraggio di varcare quella soglia? Di alzarsi e dire, con la voce ferma
davanti a quegli sconosciuti: “Ciao, sono Mariassunta e sono un'obesa”?
Con
un pizzico di sana cattiveria autoironica, so che avrei guardato storto
la "magrettina" del gruppo. Quella seduta lì a sospirare per tre
centimetri di grasso sulla pancia, mentre io combattevo contro intere
geografie di carne che non riuscivo a domare. Avrei voluto dirle: “Tesoro, facciamo a cambio di problemi e poi vediamo se hai ancora fiato per lamentarti”.
Ma oggi, con la saggezza di chi ha macinato chilometri di anima, so che
il peso del dolore non segue le leggi della bilancia. Un grammo di
tristezza pesa un chilo per chiunque lo porti, e la fame d’amore non si
misura in calorie.
La
verità è che io quel gruppo non l'ho mai frequentato. Il mio non è
stato un percorso da applausi collettivi, ma una rivoluzione silenziosa,
consumata tra i corridoi del supermercato e i silenzi davanti allo
specchio. Eppure, rivedere quelle scene oggi ha il sapore di un
traguardo: mi ricorda quanta strada hanno fatto le mie gambe, anche
quando avrebbero voluto solo cedere.
Perché
nel mio condominio interiore abitano ancora due inquiline moleste che
non si sopportano, ma che devono dividersi le spese condominiali.
C’è
la Mariassunta di sempre: quella "ciotta", un po' goffa, che si sentiva
inadeguata persino nel respirare troppo forte per paura di occupare
troppo ossigeno. E poi c’è questa Mariassunta nuova, quella del peso
forma, la "generala prussiana" che sa dire di no a un bignè con una
fermezza che sfiora il misticismo.
Dico
spesso che devo essere rigorosa per non far tornare indietro "l’altra
me". Perché la verità è questa, ed è una verità nuda: nella testa e nel cuore si resta obesi per sempre.
Puoi perdere taglie, puoi veder sparire i fianchi, ma la percezione di
te stessa rimane quella di chi deve sempre scusarsi per l'ingombro. È
una forma mentis, un modo di camminare rasente ai muri, una cicatrice
invisibile che non svanisce con la dieta. L’obesità dell’anima è un’eco
che risuona anche quando la bilancia sorride. Se lo raccontassi a una
persona cosiddetta normale, probabilmente chiamerebbe la neurodeliri.
Eppure, il trucco magico — quello che l’Universo, quel gran burlone, ci
nasconde sotto il cilindro — è proprio qui: nell’accettazione di questa
convivenza.
Non
ho preso la vecchia Mariassunta a calci. Non l’ho sgridata per la sua
fame di protezione mascherata da fame di zuccheri. L’ho guardata in
faccia, con i suoi difetti e le sue paure da bambina, e l’ho finalmente
accolta. Le ho arredato una stanza nel cuore, con le tende di pizzo, la
luce buona e una poltrona comoda. Ogni tanto lei scappa ancora nei
"peggiori bar di Caracas" della mia fantasia a cercare vecchi conforti,
ma la porta di casa è sempre socchiusa. Non serve chiuderla a chiave
quando hai finalmente fatto pace con chi ci abita dentro.
Oggi
so che non importa se devi perdere quaranta chili o tre grammi di
vanità: conta come ti abiti. Il segreto è il perdono. Accettare i propri
limiti non come scuse per sedersi, ma come la molla per un salto più
lungo. Ho imparato che la "generala" ha bisogno della "ciotta" per
ricordarsi di restare umana, e la "ciotta" ha bisogno della "generala"
per ricordarsi che può volare.
Se oggi, per assurdo, partecipassi a uno di quegli incontri di This Is Us,
per prima cosa abbraccerei la ragazza magra che piange per un filo di
pancia. Poi mi alzerei in piedi e direi, con un sorriso che finalmente
occupa tutto lo spazio che merito:
“Ciao,
sono Mariassunta. Sono un'obesa — nel profondo, nell'anima, per scelta e
per memoria — ma sono anche tantissime altre cose meravigliose che non
hanno bisogno di una taglia per esistere.”

“Nella testa e nel cuore si resta obesi per sempre…. “ Una frase così forte ma fortemente vera…♥️
RispondiEliminaE la consapevolezza porta il cambiamento, quello autentico! ❤️
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