Crisi d’identità tra un BCAA e l’altro
Proprio quando pensi di aver trovato la tua velocità di crociera — quel ritmo pigro e gentile in cui il vento ti spettina quanto basta e la vita sembra, per una bizzarra distrazione del destino, collaborare — ecco che arriva lei.
La dottoressa Manuela Palazzi.
Immaginatela: una specie di Miwa bionda, occhi azzurri e quella calma disarmante di chi sa esattamente quale bottone premere... e, soprattutto, quando. Si piazza davanti a te con la stessa serenità con cui nei cartoni anni '80 si attivava la sequenza irreversibile. Senza un filo di esitazione, sgancia la bomba:
“Passa agli amminoacidi ramificati BCAA 2:1:1”.
E tu resti lì. Immobile. Con lo smartphone in mano come fosse un reperto di una civiltà perduta. Lo guardi come Hiroshi guardava il cielo un attimo prima di diventare la testa di Jeeg Robot: un mix raffinato di rassegnazione, panico e quel pensiero sottilissimo ma insistente: “Ma proprio adesso che avevo finalmente capito come si sta al mondo?”.
Eppure, in quel momento di smarrimento, accade qualcosa di strano. Non scappi. Non protesti. Perché la fiducia, quella vera, ha una faccia precisa e una voce che non trema. Affidarsi a Manu è un po' come consegnare le chiavi della propria carrozzeria a chi ne conosce ogni singola vite, anche quelle arrugginite che tenti di nascondere sotto un velo di ironia. È la sensazione di essere in mani che non solo sanno dove portarti, ma vedono la versione "aggiornata" di te molto prima che tu riesca anche solo a immaginarla.
Mentre cerchi di dare un senso logico a quel “passa a...”, dentro di te senti un rumore antico, metallico e fastidiosamente familiare: clank... clank... clank…
Sono bulloni che si stringono. Assetti che cambiano. Certezze che si rimettono in discussione senza bussare. E lo capisci, con un brivido che sa di olio lubrificante e stelle: stai per trasformarti di nuovo. Ma stavolta non hai paura di cadere a pezzi, perché sai che lei è lì, pronta a calibrare ogni incastro.
Hiroshi,
ammettiamolo, era un privilegiato. Lui aveva un copione chiaro: unire
le nocche, gridare qualcosa di epico e via, verso la gloria. Un
piano. Una sequenza. Una direzione precisa.
Io, invece, mi
ritrovo a sussurrare con una dignità tutta mia (e un po'
traballante): “Manu... lanciami almeno il dizionario del
Piccolo Chimico, perché qui non so nemmeno in che forma molecolare
devo esistere”.
Eppure, in tutto questo sferragliare, sorrido. È un sorriso leggermente storto, ma autentico. Perché in fondo lo so: non è la prima volta che mi ritrovo a essere una “testa volante” in cerca di un corpo. E con una guida così, forse - diciamo a bassa voce - non sarà nemmeno l’ultima.
La verità è che ogni volta che ti senti arrivata, composta, centrata e finalmente “adulta” quanto basta... ZAC. Si smonta un pezzo. O forse, semplicemente, si scarica un aggiornamento software che non avevi richiesto, ma di cui avevi un disperato bisogno.
E resti lì, sospesa per un istante infinito, con una grazia del tutto improvvisata e quella capacità di non prenderti troppo sul serio che ti salva sempre in extremis. Aspetti i componenti giusti. Non per tornare quella di prima, sia chiaro. Ma per diventare, ancora una volta, qualcosa di nuovo.

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