Fuori sincrono, ma in vetta!
La mia vita non è una semplice collezione di giorni, ma un montaggio alternato di sequenze cinematografiche. È una pellicola in technicolor che gira da sempre, proiettata sul muro di un’anima che ha scelto le colonne sonore come unica, vera bussola per non smarrirsi.
Tutto ebbe inizio in un pomeriggio di marzo del 1977. Entravo al cinema Ariston sospesa alla mano di mio padre, mentre i miei occhi di bambina restavano prigionieri, quasi ipnotizzati, da una locandina: Rocky. Non parlo dei sequel muscolari o del mito plastificato degli anni a venire; parlo di quell’originale capolavoro fatto di fango, solitudine e una dignità sporca di vita. Una Philadelphia livida e spietata, dove un giovanissimo Stallone trasformava il sacrificio in una forma d'arte grezza. Lo guardavo correre tra i banchi dei mercati, colpire carcasse di bue in celle frigorifere, avvolto in quella tuta grigia che pareva un’armatura di sudore e speranza. E poi, la scalinata. Quel trionfo esploso sulle note di Bill Conti che, ancora oggi, ha il potere di farmi tremare i polsi e raddrizzare la schiena, come se l'ottone delle trombe potesse sollevare il mondo.
Sfido chiunque della mia generazione a non aver segretamente desiderato quel gradino finale. Ma io, che fin da piccola vantavo la struttura ossea e l'agilità leggendaria di Winnie the Pooh, avevo relegato quelle immagini nel cassetto dei sogni proibiti. Mi limitavo a "sentirle" attraverso le spugnette arancioni del mio mitico Walkman Sony, sognando una gloria che non prevedesse il fiatone.
Per decenni, ogni volta che la vita mi ha messa alle corde — e parlo di sfide interiori, sia chiaro, poiché la ginnastica è sempre rimasta per me un’illustre e temuta sconosciuta, una lingua morta che non ho mai voluto imparare — nella mia testa partiva puntuale Gonna Fly Now. Mi proiettavo in cima a quegli scalini, vittoriosa ma rigorosamente priva della tuta grigia: perché il grigio, si sa, è un colore spietato che non perdona le rotondità. Come se il problema fosse la sfumatura del cotone e non la "morbidezza" del contenuto!
Ma il destino è un regista dal senso dell'umorismo finissimo e una gestione dei tempi comici perfetta. Oggi ho 54 anni. Dopo due anni trascorsi a smontare e rimontare ogni singolo atomo della mia esistenza, a rivoluzionare i miei "no" e a lucidare i miei "sì", mi ritrovo nel mio salotto. Indosso una tuta grigia — va bene, con inserti blu, perché perché il decoro è l'ultima trincea dei sognatori.
Sudo. Agito le braccia in movimenti che nelle mie intenzioni vorrebbero essere lirici e potenti, cercando di seguire due sorelle che sullo schermo fluttuano con un’eleganza divina, quasi sovrannaturale. Io, di contro, lotto per non dichiarare guerra ai miei stessi piedi e per mantenere una parvenza di equilibrio che non sfoci nella farsa.
E proprio lì, tra un respiro affannato e una movenza incerta, ho sfiorato la mia piccola, enorme verità: la vita non smette mai di assegnarci scalinate. Non sempre abbiamo il passo dei campioni, il polmone d'acciaio o il profilo da statua greca. Ma se trovi il ritmo giusto — o i giusti compagni di viaggio — puoi conquistare la vetta anche a passo di flamenco. Chiedo umilmente perdono alla millenaria tradizione andalusa per la mia poetica goffaggine, ma oggi la mia vittoria profuma di questo: se Winnie the Pooh ha finalmente smesso di aver paura della stoffa grigia e ha deciso di sfidare la gravità, allora non esiste davvero nulla che possa restare impossibile. La musica è partita. E io, finalmente, sto ballando.

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